Il Governo infierì con Commissioni di sanfedisti spietati, nelle quali è rimasto infame il nome d'un colonnello Freddi, che le presiedeva, e colpì di morte, di galera, di esilio un numero grandissimo di persone, mescolando ad arte nei giudizi e nelle sentenze i patriotti coi colpevoli di delitti comuni.
Nei tentativi dell'anno dopo, 1844, si compromisero il Galletti, che fu poi Ministro di Pio IX, Pompeo Mattioli ed altri, gettati tutti in Castel Sant'Angelo, mentre dall'estremo della Calabria giungeva l'eco della tragedia dei fratelli Bandiera, pietosa tanto, che il Mazzini fece di tutto per togliersene di dosso ogni responsabilità.
Contuttociò non un anno, come vedete, passava nelle Romagne senza che il fermento rivoluzionario in un modo o nell'altro si provasse a prorompere.
Il moto però, che seguì nel 1845, mentre per certi rispetti somiglia a quello del 1832, ha tuttavia un carattere tutto suo e che lo distingue così dai tentativi antecedenti, come dai posteriori di pura derivazione mazziniana.
Dissi già del Memorandum delle cinque Potenze per indurre a riforme il Governo Pontificio. Rimasto lettera morta, i cospiratori del 1845 lo ripresero a loro insegna, sperando così propiziarsi l'Europa e indurla con essi in una specie di morale complicità.
L'idea in sè non val molto, ma indica però che l'inutilità degli sforzi tentati sino allora avea generato negli animi una reazione e che anche fra gli accecamenti delle cospirazioni un'opinione moderata s'andava formando, come ho già fatto notare, la quale sentiva, se non altro, la necessità di spinger gli occhi al di là delle chiuse muraglie delle sètte.
Di qui il Manifesto di Rimini, opera di Luigi Carlo Farini (lo stile lo dice) in collaborazione col Montanelli, con le parole rimaste celebri: «Non è di guerra lo stendardo, che noi inalziamo, ma di pace, e pace gridiamo e giustizia per tutti e riforme di leggi e garanzia di bene durevole.... Preghiamo e supplichiamo i principi a non volerci trascinare alla necessità di addimostrare che quando un popolo è abbandonato da tutti e ridotto agli stremi, sa trovare salute nel disperare salute.»
Con questo programma, che parlava ai sordi, si sollevò in Rimini Pietro Renzi nel Settembre del 1845, ma alla sollevazione di Rimini, finita subito, non rispose che un ardito combattimento di Pietro Beltrami e di Raffaele Pasi alle Balze e poi tutti scamparono in Toscana, il refugium peccatorum d'allora, come lo chiamava Massimo d'Azeglio.
Fra i propositi riformisti d'una opinione politica moderata e queste audaci e frammentarie prove di sommossa a mano armata v'ha una contraddizione palese ed è quello che si studiò di persuadere a tutti Massimo d'Azeglio, viaggiando ora a piccole giornate e raccogliendo poi la sostanza delle sue osservazioni e dei suoi consigli nel celebre opuscolo, che intitolò: I casi di Romagna, ammonimento d'amico ai cospiratori, requisitoria terribile contro il Governo Pontificio, e portavoce, sto per dire, di tutta quell'aperta, libera e pubblica cospirazione letteraria, di cui l'opuscolo del D'Azeglio è l'ultimo atto e il più pratico, perchè non foggia e non architetta sistemi storici o disegni politici, bensì espone fatti e accusa e difende persone. Vi si sente però l'eco della scuola romantica e liberale lombarda, come di chi, frapponendosi fra oppressi ed oppressori, consiglia ai primi la rassegnata, ma operosa, pazienza manzoniana, ed intima ai secondi il: « Dio vi ha abbandonati e non vi temo più » del Padre Cristoforo a Don Rodrigo.
Dal 1820 al 1848 la letteratura italiana è tutta una vasta cospirazione politica, che inspira, accompagna, modera ed eccita il sotterraneo lavorìo delle sètte, prorompente di quando in quando nelle sommosse. Dopo il 1840, questa letteratura, seguendo il moto sempre crescente dell'opinione pubblica liberale europea, si scioglie come può e dove può dal sottinteso, dall'allusione, dall'anfibologia e affronta alla scoperta il problema della redenzione della patria, facendo sì che la questione italiana esca fuori dall'ombra e s'imponga da sè ai pensieri degli uomini, contrari o favorevoli, che siano. Più la crisi s'approssima e più questo carattere apertamente politico e militante della letteratura italiana si determina nella lotta ancora tutta ideale di due scuole diverse, che già si trovano a fronte: da un lato il Primato di Vincenzo Gioberti, cattolico, federale, monarchico, neoguelfo e romantico schietto, e dietro a lui le Speranze d'Italia di Cesare Balbo, la Nazionalità Italiana di Giacomo Durando, la Sovranità temporale dei Papi di Leopoldo Galeotti, i Pensieri d'un Lombardo di Luigi Torelli, i Casi di Romagna di Massimo d'Azeglio; dall'altro Giuseppe Mazzini, non cattolico, ma mistico, non federale, ma unitario, non monarchico, ma repubblicano, e a lui più aderenti, benchè con parecchie diversità, il Cattaneo e Giuseppe Ferrari.