Dalla scuola del Gioberti esce il partito riformista, il primo cioè che si esperimenterà nell'azione, quando questa, mercè dell'umile Vescovo d'Imola, uscendo dai libri e dalle sommosse, incomincierà su di un campo che può dirsi nazionale davvero, e diverrà ben presto europeo.
Tale svolgimento del pensiero politico italiano e la conseguente formazione dei partiti, che io accenno di volo, ed è assai bene esposto in un libro recente di Agostino Gori, si toccano con mano nei Ricordi di Marco Minghetti e per quel poco o molto che ne trapassa nel Vescovo d'Imola e serve a creare il Pio IX del 1846, nulla è più suggestivo e d'un realismo artistico, che meglio ricostruisca scena, ambiente, e ci faccia quasi veder l'aspetto e riudir le voci dei personaggi, del libro bellissimo, in cui il mio amico, Pier Desiderio Pasolini, ha raccolte le Memorie di suo padre.
Il Mastai, liberale di vecchia data, e di cui Gregorio XVI avrebbe detto: «in casa Mastai è Carbonaro persino il gatto,» è un'invenzione dei glorificatori ad ogni costo di Pio IX ed una calunnia dei Gregoriani, trasformazione questi ultimi dei Vecchi Sanfedisti e Centurioni Pontifici, che i primordi del pontificato di Pio IX avevano sgominati ed a lui erano fieramente nemici. A Spoleto nel 1831 il Mastai non aveva inferocito. A Imola (ed era noto) s'addolorava dei delitti orrendi e della più orrenda impunità dei Centurioni papalini, e ciò bastava, se non era di troppo, per farlo passare a Roma per settario e per liberale. Se ne ha la prova in alcune lettere di lui dirette a monsignor Polidori e pubblicate alcuni anni fa dal conte Paolo Campello. «Si è procurato, scrive il Mastai nell'agosto del 1834, di dipingermi in Roma come un vescovo poco meno che liberale.» E, alludendo a Spoleto, soggiunge con amarezza: «le impertinenze, che ho ricevuto dai cosiddetti Papalini, è certo che non le ho ricevute dai liberali nella quaresima del 1831: questo argomento, se lo esternassi a certa classe di Papalini, sarebbe bastante a farmi divenire poco meno che un M. r Grégoire.» Dal contesto della lettera si vede chiaro che le accuse muovono dai Centurioni e dai loro capi, i quali, per quanto il Mastai dissimuli, esso disprezza come meritano, concludendo: «in mezzo a queste tempeste di fanatismo mi sento tranquillo!» Notevolissimo è pure il brano seguente d'una lettera scritta al Polidori nel novembre del 1845, due mesi dopo la sommossa di Rimini, informandolo d'un conciliabolo fra i Cardinali Legati di Bologna, Ferrara e Ravenna. «La mia politica, scrive, non ha oltrepassato l' a, b, c e per conseguenza giudico con questi soli primi elementi, e dico che un tal congresso darà a chiacchierare, senza che se ne possa ottenere risultati.» E chiude con un testo latino, il quale significa: «se Dio non ci aiuta lui, non sarà sicuramente il congresso dei tre Eminentissimi, che ci salverà!»
Un certo lievito d'opposizione traspare, non v'ha dubbio, da queste parole, e pel solo fatto di non essere un malvagio, come gli altri, uno scoramento malinconico, un sentirsi solo, isolato, impotente a fare un po' di bene, come avrebbe desiderato, e circondato dal sospetto, dalla diffidenza e dallo spionaggio.
È appunto in questo momento ch'egli si lega di tanta intrinsichezza colla famiglia dei Pasolini e s'intende bene in quale precisa disposizione di spirito.
Quella vecchia villa di Montericco presso Imola, ove i Pasolini abitavano, si capisce quindi che a poco a poco dovea diventare pel cardinale Mastai un asilo, un rifugio, un riposo, in mezzo alle tante tristezze e iniquità, fra le quali gli toccava di vivere. Colà trovava un giovine signore, indipendente affatto per la sua alta condizione sociale, pei suoi principii religiosi, per le sue opinioni liberali, per le qualità del suo ingegno e del suo carattere, così da ogni timore del Governo, come da ogni vincolo settario (caso raro in Romagna a quel tempo) ed al suo fianco una gentildonna, giovanissima essa pure, colta, pia, graziosa e tutta lieta della sua domestica felicità, un vero raggio di sole in quel buio della Romagna d'allora.
Nell'interno di quella casa, quale l'ha descritto lo stesso Giuseppe Pasolini in una lettera a sua nuora, «una semplicità, che sentiva d'austero e pure non contrastava ai comodi della vita, un odore di vecchio e di rispettabile passato e presente, una solitudine senza vicini obbligati, una vita quieta, ma operosa; modesta, ma non inelegante.»
Il Cardinale, non volgare uomo e con educazione ed istinti signorili, doveva sentirsi attratto dalla genialità di quell'ambiente, che poi lo affidava d'una lealtà d'amicizia e d'una onestà d'intenzioni, non facilmente trovabili altrove da lui in quel momento. Non nudrito di forti studi, nè abituato a scrutare a fondo gli argomenti, che lo interessavano, ne discorreva volentieri con un certo dilettantismo vago, che, scontrandosi colla solida e varia coltura del Pasolini e colla fresca, spontanea e simpaticissima vivacità della sua gentile signora, se ne sentiva come rinfrancato, e gli schiudeva nuovi orizzonti, facendogli smettere quella nativa diffidenza di sè e delle proprie forze, per cui, ad esempio, nello stesso modo che al Polidori scriveva nel 45: «la mia politica non ha oltrepassato l' a, b, c,» così ripeteva ora al Pasolini: «ma già io non intendo un ette di politica, e forse sbaglio.» Ciò a proposito d'un tema, su cui era naturale che tornassero spesso, la possibilità teorica e pratica d'un accordo fra il progresso e la religione, fra la fede cattolica ed i principii liberali, ed il contrasto fra le aspirazioni del patriottismo italiano ed i metodi di governo del Papa e dell'Austria, che rendevano necessario cotesto orribile intreccio di sètte opposte le une alle altre, di violenze, di sommosse, di castighi, di repressioni, da cui non si vedeva un'uscita.
Il Mastai era ora in quella medesima condizione d'animo, in cui s'era trovato il cardinale Chiaramonti, che fu poi Pio VII, suo predecessore appunto nel Vescovato d'Imola e da lui venerato come un santo, il quale in una sua Omelia del dicembre 1797, documento singolarissimo, volle con accesa eloquenza dimostrare che i principii del Vangelo non contrastavano a quelli della vera democrazia e che si poteva benissimo essere buoni Cattolici e buoni Repubblicani.
Il Mastai non aveva forse tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina di conciliazione, che, ripresa dal romanticismo liberale del 1830, imprimeva ora un moto interiore d'opposizione agli oscurantisti ed ai Gesuiti in tutto il giovine clero e avea rappresentanti notevolissimi nella scienza, nelle Università d'Europa e nella Chiesa, apertamente professandola dalle cattedre e dai pulpiti di Parigi l'Ozanam, l'abate Coeur, il Lacordaire, il Ravignan, che il conte e la contessa Pasolini dovevano aver ascoltati nei loro recenti viaggi, come gli avea ascoltati il Minghetti, che viaggiava appunto in Francia nel 1844.