Il Mastai non avea forse, dico, tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina, ma la sentiva in fondo all'animo suo, come l'hanno sempre sentita del resto gli stessi rivoluzionari italiani, i quali dai Carbonari al Gioberti e al Mazzini non hanno mai dissociata del tutto la tendenza spiritualista e religiosa dalla loro azione politica. Si andava ora più oltre. I libri del Gioberti e del Balbo fondavano addirittura su quella dottrina i loro disegni di redenzione della patria italiana, e così d'uno in altro argomento di conversazione era facile a Giuseppe e Antonietta Pasolini condurre sul difficile terreno della politica il cardinale Mastai, il quale, colla fantasia facilmente accensibile e infervorandosi sempre più nei suoi lunghi e frequenti colloqui con essi, finiva a deplorare commosso e quasi piangente la condizione tristissima del presente e ad augurare un migliore avvenire, che solo un po' di buon senso, di mitezza e di giustizia cristiana nel governo gli pareva dovessero bastare a far conseguire.

Per confermarlo sempre più in queste idee, una volta era il conte Giuseppe, che gli dava a leggere il Primato di Vincenzo Gioberti, un'altra era la contessa Antonietta, che gli prestava le Speranze d'Italia di Cesare Balbo e gliene chiedeva un giudizio. Da un altro amico il Cardinale aveva già avuti i Casi di Romagna del D'Azeglio, e l'avea ricambiato con un libriccino di devozioni.

Per tal guisa la descrizione sincera dell'orribile realtà presente, riconfermatagli appunto in quei giorni dal fatto d'un centurione papalino, ferito a morte in una rissa notturna e che gli era venuto a cascare fra le braccia nella chiesa di San Cassiano, mentre egli stava pregando, per tal guisa, dico, la descrizione sincera dell'orribile realtà presente e le speculazioni d'una filosofia politica, che augurava una confederazione italiana, di cui fosse anima il Papa e spada Carlo Alberto, si univano a preparare, un po' affrettatamente, se si vuole, e come si vide dappoi, nell'umile e impressionabile Vescovo d'Imola il Pio IX del 1846, il quale per allora nel salotto dei Pasolini, discutendo di quei disegni d'avvenire, s'appoggiava impaziente ora su l'uno, ora sull'altro dei bracciuoli d'un antico seggiolone, incerto se le idee del Gioberti e del Balbo fossero sogni o vaticinii, e talvolta fissava meditabondo e lungamente un quadro, che appeso alla parete gli stava dinanzi, un vecchio quadro, che rappresentava Vittorio Amedeo III, re di Sardegna.

Il 1º giugno 1846 Gregorio XVI morì. Nel primo momento il governo temette al solito un casaldiavolo, ma non fu nulla. L'opinione moderata ormai avea fatto strada, ed i popoli si contentarono d'inviar memoriali al Conclave chiedendo riforme. Parevano necessarie ed urgenti, come abbiamo visto, anche al cardinale Mastai, che tutto caldo delle sue letture e dei suoi dialoghi coi Pasolini s'avviò al conclave, riponendo nel baule i libri del Gioberti, del Balbo e del D'Azeglio per offrirli al nuovo Papa, circostanza che è narrata dal Balbo e che i ricordi personali di Pier Desiderio Pasolini mi confermano ora pienamente con altre particolarità, taciute nel suo libro.

Quanto a Giuseppe Pasolini, esso s'accomiatò dal Vescovo d'Imola con queste solenni parole: «Io non posso tacerle che in fondo al mio cuore sta l'ardente speranza che dalla cattedra di San Pietro ella possa promulgare e benedire quei principii che tante volte abbiamo insieme discussi, e soddisfare quei voti che sì spesso abbiamo concordemente innalzati al cielo pel bene di tutta la Chiesa e per quello di questa povera Italia.»

A cui il Mastai rispose: «Caro Conte, il Papa non sarò io; ma state tranquillo, e ditelo, ditelo bene a vostra moglie; i libri, che mi avete dati a Montericco gli ho messi nel baule, perchè voglio darli al nuovo Papa.»

Il Mastai partì e il popolo gli vedea volare intorno alla carrozza da viaggio una bianca colomba, prenunziatrice della buona novella. L'oscura vita del Vescovo d'Imola era finita! La grande leggenda era già incominciata!!

Il conclave fu brevissimo. Stavano a fronte due fazioni, capitanate l'una dal cardinale Lambruschini, l'altra dal cardinale Bernetti. E se il cardinale Gaysruck, depositario, si disse, del veto dell'Austria, fosse giunto in tempo, forse la fazione del Lambruschini vinceva. Ma il Gaysruck non giunse in tempo e il Lambruschini ebbe fretta. Al primo scrutinio egli ebbe 15 voti, 12 il Mastai, 23 andarono dispersi. I 23 non avevano un candidato proprio e sicuro, e per tagliar la via al Lambruschini si unirono ai 12 del Mastai e lo elessero. All'ultimo scrutinio il Mastai era fra i verificatori e leggendo il suo nome tante volte ripetuto, le mani gli tremavano, gli occhi gli si offuscavano di lagrime e quando si vide eletto: «Ah, signori, gridò, che cosa hanno mai fatto?» e cadde svenuto. Quello che avessero fatto, non lo sapevano davvero. Ah! se lo avessero saputo!!...

Notate, Signore. Quando il cardinale Mastai divenne Papa col nome che assunse di Pio IX in omaggio alla memoria di Pio VII, dense nuvole di reazione si accavallavano sempre più minacciose per ogni dove. Quella che negli eufemismi del gergo diplomatico si chiamava l' entente cordiale fra Luigi Filippo e l'Inghilterra era rotta dal volgare inganno dei matrimonii spagnuoli, con cui il Re borghese avea voluto arieggiare Luigi XIV e invece lo avea costretto a gettarsi nelle braccia dell'Austria, che ora lo reggeva, come la corda regge l'impiccato; in Svizzera con l'aiuto dell'Austria e della Sonderbund, ossia Lega dei sette Cantoni cattolici, i Gesuiti s'erano dimostrati prontissimi per sete di dominio ad accendere magari la guerra civile, se occorreva; in Gallizia l'Austria sguinzagliava i contadini contro i nobili ribelli, fino a che fra le discordie e le stragi degli ingenui, che cascano nelle sue trappole, s'impadronirà di Cracovia. In Italia pure, salvo che in Piemonte, tutto il satellizio austriaco dei nostri principotti e principini accennava manifestamente a reazione, compresa, dopo la morte del ministro Don Neri Corsini, la mite Toscana, la quale fino allora era pur parsa una piccola oasi in paragone del resto. L'Austria del Principe di Metternich imperava dunque, si può dire, su tutta Europa, nè mai forse quel magnifico signore pareva aver più ragione di compiacersi della gran tela, che aveva ordita da più di trent'anni.

Creato Papa in tale temperie di politica ed in sole quarantott'ore di conclave, Pio IX sentì quindi nel primo momento le vertigini dell'altezza, cui era sì d'improvviso e contro ogni sua aspettazione salito, e nel primo annuncio, che ne dà ai suoi fratelli in Sinigaglia, c'è non solo l'umiltà cristiana, ma si tradisce lo sgomento, da cui è preso: «Fate pregare e pregate per me. Lungi dall'esultare, compassionate il vostro fratello.» Che cosa fare? donde incominciare? Le prime mosse, quelle prime Commissioni, nominate da lui, miste d'amici e di nemici, di retrogradi e di progressisti, mostrano, con quegli strani accozzi di persone, l'uomo che barcolla a tastoni nel buio. Per buona sorte lo sovvennero i consigli di due, che gli richiamavano a memoria i consigli e le inspirazioni dei Pasolini: il canonico Graziosi e monsignor Corboli-Bussi, prete dotto ed illuminato il primo, ed il secondo d'indole così ardente, che oggi, secondo il Minghetti, si direbbe un socialista cattolico. Furono essi (subito dopo i Pasolini) gli ispiratori dell'amnistia del 16 luglio 1846, che fece del Vescovo d'Imola l'iniziatore, nell'ordine dei fatti, del risorgimento politico italiano, e monsignor Corboli-Bussi è per di più l'estensore di quel grand'atto, nel quale, con la rotondità magnifica della prosa giobertiana, era concesso il perdono a tutti i condannati politici. Chi badò allora alle restrizioni, alle cautele, alle minaccie stesse di quel decreto? Bastò una parola di mansuetudine e di perdono, scesa dall'alto di quel trono, da cui s'era ormai avvezzi a non sentire che anatemi e condanne, perchè la materia infiammabile, da tanti anni accumulata, s'incendiasse tutta in un attimo. Quell'immensa tratta di gente, che da tutti gli angoli di Roma sale guidata da Ciceruacchio (il caratteristico tribuno trasteverino, colla giacca corta di velluto sopra corto panciotto, i calzoni stretti al ginocchio e slargantisi a campana sul collo del piede, una larga sciarpa di seta attorno alla vita, fazzoletto a fiorami attorno al collo, in testa un alto cappello a cencio e aguzzo verso la punta) quell'immensa tratta di gente, dico, che da tutti gli angoli di Roma sale ogni sera a salutare e a ringraziare Pio IX sul Quirinale, è veramente, come dimostra con infinite testimonianze Raffaello Giovagnoli nel suo importantissimo libro: Ciceruacchio e Don Pirlone, è veramente l'avanguardia dell'Italia e del mondo, perchè la parola di Pio IX si propaga rapida e luminosa, al pari di un baleno e commove l'Italia ed il mondo, come se avesse da sola la miracolosa virtù di raddrizzare tutti i torti, di vendicare tutte le ingiustizie, di pacificare tutti gli odii, di sanare tutte le miserie umane, di cacciare nell'ombra e per sempre tutti i prepotenti della terra e sollevare tutti gli oppressi.