Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia la preoccupazione dinastica; ma poichè le miti tradizioni popolari non incoraggiavano tentativi settarî, quel governo cercava mantenersi con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che nel paese sovrabbondavano.

Era, scrive il Tabarrini «la mediocrità in ogni cosa». Sicchè Gino Capponi patíva «le fiere malinconie dell'ingegno inerte e costretto». «Il principato lorenese», afferma Giuseppe Montanelli «faceva degenerare il popolo toscano».

Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich, il quale avrebbe certamente creato delle sètte dove non esistevano, per darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitigò la pena del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore d'Austria a Firenze consegnò un dispaccio ufficiale, in cui era detto che «il Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il delitto».

Per una sommossa di studenti nell'Università di Pisa, il gabinetto austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione, sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza quello della fedeltà politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la facoltà d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccolò Tommasèo. Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli, il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava il Congresso di Pisa come «un'istituzione destinata a travagliar gli animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della rigenerazione italiana».

Sicchè non è meraviglia se la politica austriaca avesse anche immaginato, circa la Toscana, ipotesi più ardite e più avide, quando pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: «Mi spiace dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverrà provincia austriaca». Fortunatamente — guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la storia! — fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina morì, e da un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La «provincia» agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra sovranità.

Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte, ebbe per moltissimi anni la responsabilità principale Vittorio Fossombroni, spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni affare, dicendo: «Il desinare brucia, lo Stato no».

Pure, così scettico com'era, si devono a lui quelle poche resistenze che oppose la Toscana così alle pretese austriache come alle esigenze chiesastiche. Sapeva di rispondere ad una vecchia tradizione di governo locale, equilibrandosi contro Vienna e Roma. Spento lui, prevalsero sulla fiacca indole del principe lorenese influenze tortuose e schiettamente retrive. Il suo confessore Balocchi gli negava l'assoluzione se resisteva alle domande della Corte di Roma; il suo ministro degli esteri, Hombourg, gli faceva firmare tutto ciò che piaceva al Gabinetto di Vienna.

Era con siffatte disposizioni che la dinastia lorenese si affacciava ai nuovi tempi. Erano queste le forze che preparava per resistere all'onda mossa dietro di lei da quella pleiade illustre di liberali colti ed energici, che dai Galeotti, dai Salvagnoli, da Ferdinando Andreucci giungeva a Gino Capponi, a Ubaldino Peruzzi, a Bottino Ricasoli.

Ci allontaniamo parecchio da questi nomi scendendo giù per l'Italia fino a Napoli, dove troviamo quelli di Ferdinando II, del marchese Del Carretto, di monsignor Cocle, confessore del Re.

Qui ritorniamo all'antitesi nella sua più cruda espressione; la prosperità dinastica fondata sulla pubblica umiliazione; i supplizi correttivi delle cospirazioni; la polizia e lo spionaggio, elementi dominatori dello Stato.