La polizia muta, pur rimanendo identica. Vuol dire, cioè, che nel sogno d'un despotismo più intenso, si cerca perfino di allontanare l'influenza austriaca, contrapponendovi ora influenze francesi, ora influenze sarde, purchè aiutino il programma d'una indipendenza del principato, unicamente volta a intera libertà di oppressione.
Questo parve essere infatti il pensiero direttivo del nuovo Sovrano, che saliva al trono l'8 novembre 1830. Ferdinando II, come fu più tardi giudicato da scrittori senza passione, non era uomo cattivo, ma sopraffatto da un'indole rozza e volgare. Apparteneva ad una stirpe regia, per la quale il giurare una Costituzione era fenomeno altrettanto consueto quanto il ritoglierla. Governava un'amministrazione, la cui corruttela formava il disgusto di tutti i diplomatici accreditati presso la Corte di Napoli. Non voleva lasciar far nulla a nessuno ed era poi così inerte e svogliato, che non riusciva a far nulla da sè. Si stemperava in motti di spirito, in lazzi osceni o brutali. Ora toglieva la sedia di sotto alla regina, per farla sconciamente cadere a rovescio, ora frustava le gambe al cavaliere Caracciolo di Castelluccio, per vederlo saltare, gridare e piangere. Quando gli parlavano di modificare le uniformi dei soldati, rispondeva: «Vestili come vuoi, fuggiranno sempre». Quando gli additavano qualche ufficiale pubblico, arricchitosi scandalosamente colle concussioni, diceva: «Preferisco i ladri ingrassati ai ladri da ingrassare».
Al di sopra poi di tutto questo scetticismo e di tutta questa brutalità, appariva un furore quasi morboso di comando dispotico. Del principe di Metternich amava i principî di governo, se non accettava sempre volentieri i consigli. Al re Luigi Filippo, che lo aveva timidamente invitato ad allentare un po' le redini della tirannia, rispondeva senza ipocrisie: «Il mio popolo ubbidisce alla forza e si curva; ma la libertà è fatale alla famiglia dei Borboni, ed io sono deciso ad evitare ad ogni costo la sorte di Luigi XVI e di Carlo X». Non l'ha evitata al suo immediato successore. Dio ha permesso che gli giungesse all'orecchio, prima di morire, il rombo dei cannoni di Montebello.
Con siffatto re e siffatta politica, i destini delle popolazioni meridionali apparivano chiari; oscillare fra le agitazioni e le repressioni.
Sbollite infatti le prime illusioni del nuovo regno, cominciarono i fenomeni del pubblico malcontento.
Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a Napoli nel 1832, cospirazione a Capua e a Salerno nel 1833, insurrezioni nel 1837, così nell'isola di Sicilia come sul continente. Poi, altra cospirazione nel 1838, pronunciamento costituzionale in Aquila nel 1841, moto insurrezionale nelle Calabrie durante il 1843, e finalmente spedizione dei fratelli Bandiera nel 1844.
Da tutti questi movimenti uscivano processi, combattimenti, fucilazioni, esilii; e si disperdevano pel mondo giovani divenuti poi stromenti vigorosi d'italianità nei successivi periodi, come Pier Silvestro Leopardi, Carlo Poerio, Giuseppe Massari, Benedetto Musolino, Giuseppe Ricciardi, Luigi Settembrini, Saverio Baldacchini, Francesco Paolo Bozzelli. La politica di Ferdinando II, come quella di tutti i governi persecutori del pensiero, preparava così a sè stessa gli elementi della sconfitta. Nessuno sa dire che forze d'ingegno e che virtù di propaganda scompaiano pei supplizi politici; ma le carceri e gli esilii politici ingrandiscono sempre uomini, che forse, meno perseguitati, avrebbero avuto minori spinte all'azione e minori opportunità di rinomanza. Certo, l'eco mondiale dei dolori di Silvio Pellico, del Confalonieri, del Maroncelli ebbe per l'Austria, come diceva il Sismondi, peggiori conseguenze che una battaglia perduta. E la falange di esuli creata dalle persecuzioni politiche di Ferdinando II rese popolari nell'Europa, che prima non li conosceva, quei nomi e quegli uomini, da cui trasse Guglielmo Gladstone la coscienza di quella terribile invettiva, sotto la quale cadde prostrato il governo dei Borboni di Napoli.
È una delle leggi storiche più consolanti, una di quelle che più si ripetono e confermano nel tempo. E se il dispregiarla è carattere proprio dei regimi dispotici, che alle forze morali non credono e l'avvenire non curano, sarebbe fatale pei regimi liberali l'obliarne l'efficacia e la logica.
Del resto, — ed ora può dirsi — sarebbe stato un grande ostacolo per lo svolgimento normale del sistema italiano se Ferdinando II avesse ubbidito a consigli politici di altra natura. Questa tentazione era passata, nei primi tempi, per l'animo suo: ed anche su lui, come sul duca Francesco IV, aveva tentato qualche pressione quel manipolo di liberali che in ogni regione italiana stava all'agguato per indovinare un principe.... diverso dagli altri. Il pericolo sarebbe stato grave se, cedendo alle influenze di Luigi Filippo, il re di Napoli avesse camminato per quella via delle riforme che lo aveva sedotto nei primi mesi del suo governo. Una iniziativa liberale partita dal mezzogiorno, negli anni fra il 1830 e il 1840, avrebbe potuto impacciare l'iniziativa liberale del settentrione e creato fra i patriotti italiani un dualismo forse esiziale per l'ideale politico.
Se le cospirazioni furono la ragione o il pretesto per cui la dinastia borbonica respinse ogni tentazione di liberalismo e si rifugiò paurosa nell'abbraccio austriaco, bisogna dire che queste cospirazioni hanno raggiunto il loro scopo. Le ultime soprattutto, perchè in queste spuntava nuovo e seducente il concetto unitario, a cui Giuseppe Mazzini, colla sua grande facoltà d'iniziativa, aveva ormai coordinate tutte le fila del movimento settario, staccandolo dalle antiche tradizioni di vendette locali.