Premio maggiore, dopo il lungo pellegrinare in Inghilterra, nel Belgio, in Germania, in Francia, veder sventolare quella sua bandiera dai tre colori, per la guerra del 1848-49, nell'Italia sua; vederla sventolare per opera e merito del Piemonte divenuto asilo degli esuli italiani (ed egli vi fu deputato), e delle speranze di tutta l'Italia che ormai ciascun sentiva non poter tardare ad avverarsi, poi che là a Torino la Rivoluzione raccoglieva tante delle sue forze attorno alla Casa di Savoia.

Chi aveva bollato a fuoco nella Clarina Carlo Alberto, subito che lo vide risoluto ormai a capitanare le forze della rivoluzione e a rischiare tutto pur di redimere l'Italia, non titubò. «L' unità assoluta dell'Italia verrà col tempo.... Intanto qui, nella vallata del Po, da Alpi ad Alpi, noi vogliamo uno Stato (e di' pure un Regno) costituzionale, forte, compatto, di un dodici milioni almeno di abitanti, il quale ci salvi adesso e in futuro da qualunque irruzione straniera, sia ch'ella venga da Germania, sia ch'ella venga da Francia.... Fatto una volta questo muro, da Torino a Venezia, nasca quello che vuol nascere in Europa, l'Italia potrà tenersi tranquilla; e se col tempo questa gran base dell' unità dovrà ingrandirsi ancor più, ci penseranno i figli nostri; chè a noi basta di assicurarci il presente e il prossimo avvenire, e di assicurarlo in modo che non impedisca menomamente i più brillanti destini che possano toccare all'Italia nel futuro.... Dunque è Carlo Alberto che noi vogliamo a Re dell'Italia superiore: e che sia io che predico su questo, tu che sai quello che io mi sia, puoi ben credere che la necessità imperiosa e l'amor disinteressato della mia patria me lo consigliano, e non altro.» Così scriveva nell'aprile del 1848.

Tutte le lettere di lui sono insigne documento del suo acume politico, della drittura dell'animo suo: v'è indicata la opportunità, anzi necessità, per l'Italia nuova di comporsi a monarchia se vuol vivere entro l'Europa monarchica; v'è predicata l'alleanza con gl'Inglesi, utile a noi e a loro; v'è perfino predetta, nel giugno 1848, la cessione della Savoia alla Francia: «Pensa un poco se a far tacere quella maledetta Francia non vi sarebbe un mezzo, quello di cedere a lei la Savoia.» Cercavano metterlo su contro Carlo Alberto? rispondeva: «Non tocca a me di fare il panegirico al Re; ma come galantuomo che adora sopra tutto il vero, ti dico che, lasciato stare il passato, del quale siamo rei tutti, e veduto con occhio scrutatore il solo presente, dal cominciare dell'opposizione sua all'Austria fino adesso, Carlo Alberto si conduce davvero in modo schietto, onesto, lodevolissimo. Avresti mai creduto che io dovessi dire di queste parole? Ma a ciascun secondo l'opere sue.» Cercavano, invece, fargli cantare la palinodia della Clarina? rispondeva essere stato il poeta del dolore, non poteva essere quel dell'amore, ma fare per Carlo Alberto ormai assai più e meglio che lodi in versi; aiutarlo in ogni modo a divenire re d'Italia.

Per ciò parve a molti, anche a Giorgio Pallavicino, o codino o rimbambito!

A Firenze era stato nel 1811, e l'aveva trovata quale la celebra la fama; e tutto qui gli piaceva «se ne levi gli abitanti parolai oltremodo, e in generale poco amici dei forestieri, perchè economi, e pieni di tema che le cortesie debbano costar loro due crazie.» Nell'autunno '47 tornò in Toscana ad aiutare i moti liberali, ma nel tempo stesso a frenarli: egli, il poeta de' tre colori, temeva ora non compromettessero, inalberati a dispetto del Granduca, l'avvenire. I tre colori, diceva, sono un anacronismo, e non rappresentano che un'ipotesi: «Lasciamo all'ipotesi la cura di tradurre sè in atto; e allora troverà essa il suo simbolo che le convenga.» Che se l'ipotesi avverata scelse per simbolo proprio il tricolore, non per ciò, chi giudichi spassionato riferendosi a quella data, aveva tutti i torti il Berchet. Ma i fati trassero presto anche lui ad acclamare la bandiera dell'Italia nuova, dell'Italia unita, e qui a Firenze, il 27 marzo dell'anno dopo, sulla piazza di Palazzo Vecchio, dovè arringare i Toscani che festeggiavano le Cinque giornate della sua Milano, e si rallegrò che al mirabile risorgimento ciascuno de' popoli d'Italia avesse apportata la parte sua: Roma l'amnistia e l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli la costituzione, Piemonte il forte esercito tutelare, Milano l'indipendenza senza della quale nè riforme nè costituzioni possono aver vita intera. «Artefici tutti del pari di questo superbo edificio, spetta a voi, o Toscani, il compierlo e il consolidarlo per sempre. Contenti delle nostre libertà che sono pienissime, se saprete virilmente giovarvene.» Dunque, tutti, popoli e principi, stringetevi (proseguiva) in concordia di istituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte in armi ad aiutare Carlo Alberto.

Carlo Alberto aveva ormai spiegata al vento la bandiera del verde, del rosso, del bianco, speranza, gioia, fede fraterna d'amore, come il Berchet l'aveva cantata. E nobilmente perdonato dell'offesa, nobilmente da lui stesso rinnegata, il poeta del '21, dopo aver avuta parte nel governo provvisorio della Lombardia, fu deputato due volte al Parlamento subalpino. Raccomandò sempre la concordia intorno allo Statuto, e che non si diminuisse l'esercito: «I rossi per deliberato proposito, i neri per gretta avarizia lo vorrebbero disfatto.... Del resto poi, purchè lo Statuto duri, bene o male non importa, v'è speranza per tutta l'Italia ancora. Duri lo Statuto, si consolidi, e il tempo, o migliore occasione, farà il resto.» Altrove: «Non parlo dell'Italia: chi non ne vede la intera rovina nella ruina dello Statuto piemontese?»

Morì a Torino, divenuta patria sua, di lui lombardo che nel Piemonte già vedeva tutta l'Italia, libera e indipendente, dell'avvenire, il 23 dicembre 1851.

VII.

Signore e Signori,

Impari sarebbe il paragone tra il Manzoni e il Berchet. Quegli non fu meno patriotta e fu troppo più grande poeta di questo; questi fu e si compiacque d'affermarsi sopra tutto un uomo pratico, cioè politico, che, mettendo a servizio della patria il felicissimo ingegno artistico, ottenne effetti immediati, stupendi, di santa commozione e d'eccitazione. Ciò che il Manzoni sentì come massima filosofica e cristiana, e verseggiò con arte somma che gli sgorgava dal sereno pensiero, il Berchet lo sentì come verità pratica, attuabile; e ad attuarlo spese tutto sè stesso. Ben potè il Manzoni, e fu bene che il facesse, dedicare l'ode pel marzo 1821 a Teodoro Koerner, al poeta tedesco morto per la sua Germania in battaglia, contro i Francesi, «nome caro a tutti i popoli che combattono per difendere o per riconquistare una patria.» Il Berchet, di cui il Manzoni sorresse e lodò le prime prove, e in cui ebbe poi sempre piena fiducia, non poteva che dire: — Armatevi e combattete! — Accettò dal maestro più forse, nelle forme dell'arte, che non fu osservato: perfino l'immagine de' fiumi che si confondono insieme, e i ricordi biblici, e il che parve di retorico artificio, voi li ritrovate dall'ode manzoniana nelle Fantasie. Ma non poteva, così diverso com'era, non restare originale. Son monete d'oro quelle del Manzoni; e appunto per ciò era difficile spenderle tra il popolo minuto! bisognava che qualcuno le spicciolasse in argento, e spargesse. Tale l'officio, politico più che poetico, del Berchet; e nessuno dirà che sia, nella storia del nostro risorgimento, piccola parte o merito lieve.