Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie; così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia di forma.

Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello gli moriva e la sorella si votava monaca.

Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel 1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie forme. Il primo suo volumetto stampato fu: La Pestilenza stata in Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII, scritta, secondo afferma lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813.

Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi; egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti.

Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli empi.

Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.

Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare altrui.

Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase, per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito.

Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie. Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse, e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa, clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li ammiravano.

Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe, temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione... Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava, editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel 1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita.