Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849, ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812.

Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente.

Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale; ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò, e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi, degnamente curata dal Morandi.

Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia; e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845 si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore italiano men che mediocre.

Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo.

III.

Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli?

Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore grande all'irradiamento dell' io.

Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita. Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo che al lamento e alle lagrime.

Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva l'ambiente.