La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze. Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di forme retoriche, manifestava puramente il vero.
Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia nel componimento e varietà infinita di particolari.
Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più liberamente il pensiero.
Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua — intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte.
Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed ebbe grande potenza di assimilazione.
IV.
Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera, sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per l'esecuzione.
Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della interpretazione.
«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette, nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio. Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già esistente, e più lasciata senza miglioramento.»
Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di forma.