Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste le prove: ed è il metodo più pedantescamente verista che si conosca, da disgradarne lo stesso Zola.
Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano il motivo del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta. E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza; immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue.
Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta, senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale, assimilate.
La prova più convincente che l' io del poeta aveva nella creazione di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia e il cui umore satirico son celebri nella storia.
Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo eminente; ma creatore non è.
Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo: corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli, questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828. Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma.
V.
Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4]. Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno alla vita romana e intorno al poeta.
Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come poeta satirico.
La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un humour bonario.