Che cosa rimaneva al Rossi? Il suo coraggio, che in questa inefficace sproporzione, e certamente erronea, dei mezzi col fine, tanto più si palesa qual'era, quello d'un eroe.
Che si congiurasse intorno a lui, che una sommossa fosse prestabilita pel 15 novembre, egli lo sapeva di certo. Che si volesse uccider lui, quantunque dovesse prevederlo e temerlo, non pare che l'abbia saputo di certo, se non all'ultimo momento.
Così almeno s'argomenta dal più recente e autorevole studio su questi fatti (ma sfortunatamente ancora incompiuto), che è quello di Raffaello Giovagnoli. Da che fucine uscissero quelle congiure, l'ha detto il Rossi medesimo nell'articolo che osò pubblicare proprio alla vigilia del 15 novembre. In esso accusa apertamente, senza riserve nè attenuazioni, i clericali e i demagoghi, e dice loro: «badate! non vi darò quartiere!» Quanto a sè stesso: «il mondo sa, concludeva, che vi ha lodi, che offendono e biasimi, che onorano.»
Tali parole, gettate in quell'ultim'ora come una sfida, sulla faccia de' suoi nemici, sono sublimi, e mi è caro ripeterle qui, dinanzi a una udienza, che certo sente profondamente vibrarsi nel cuore quanto v'è di grande, di nobile, di cavalleresco, di fieramente elegante persino, nella sprezzante audacia di quest'uomo.
Ma notate! Egli accusa senz'alcuna distinzione clericali e demagoghi. L'avrebbe fatto il Rossi, ministro del Papa, se non avesse avuto le prove in mano di ciò che affermava? Aggiungete che le carte segrete del Rossi, raccolte la sera stessa del 15 novembre per ordine di Pio IX da monsignor Pentini e da lui consegnate al Papa, nessuno le ha viste mai più.
Al mattino del 15 novembre sulla piazza della Cancelleria era schierato un battaglione di Guardia Civica, che avea fornito una diecina di militi, non più, per le solite sentinelle all'entrata e nell'interno del palazzo. I Carabinieri, per ordine del Rossi, erano consegnati nelle caserme a piazza del Popolo e nel palazzo Borromeo. Nelle vicinanze della Cancelleria molta gente, non folla, varia di condizioni e, a quel che pareva, di opinioni e di sentimenti; curiosi in gran parte; scarsissime le donne. Nel cortile del palazzo, che ha all'intorno portici a due ordini, molti, che vanno e vengono, e a gruppi una sessantina di reduci Vicentini della Legione Romana, tutti colla sozza e logora uniforme di tela, che la plebe solea perciò chiamare: la panuntella. Fra costoro, faccie torbide, agitate, e ora bisbigli all'orecchio, ora bestemmie, e voci di esecrazione e di minaccia al Rossi.
Di questo brutto apparecchio il Rossi fu informato. Stette un momento sopra di sè, poi disse: «che si fa? bisogna andare!» Mandò l'ordine ai Carabinieri di muoversi dalle caserme, ma pare non giungesse in tempo. Al tocco il Rossi salì in carrozza col suo segretario per le finanze, Pietro Righetti, al quale, montando, disse: «se non ha paura, salga pure!» Nessun altro, nessun ministro (si noti) l'accompagnò, e così si mosse dal Palazzo della Consulta.
Alla Cancelleria intanto l'irrequietezza e l'agitazione fra quella masnada di legionari andavano crescendo sempre più. I Deputati arrivavano spicciolati ed entravano senza destare attenzione. Uno solo, suscitò gli applausi dei gruppi di legionari, Pietro Sterbini, che passò salutandoli, e di cui Marco Minghetti dice ne' suoi Ricordi: «pochi uomini ho conosciuto più rei d'intelletto e d'animo, e più orrendi di faccia.»
A un tratto due legionari, accorrendo dall'angolo di via de' Baullari, dicono ai compagni: «eccolo! eccolo!» Una carrozza s'avvicina, ma altre voci: «non è lui! non è lui!» Era la carrozza del Ministro di Spagna. Il furore nei gruppi di legionari aumenta a vista d'occhio; s'odono alcuni: «sta' a vedere che non viene questa carogna! Dovrebbe avere paura!» In quella giunge la carrozza del Rossi. «Eccolo, si grida, è lui! Dentro! Dentro!» I legionari rientrano tutti di botto e si dispongono di qua, di là, presso la scala; alcuni sui tre scalini, pei quali si monta ad un largo pianerottolo. La carrozza, rallentando, entra nell'atrio in mezzo a un grande silenzio, si ferma dinanzi alla scala e il Rossi si dispone a scendere. Allora prorompono urli e fischi: «Morte! Abbasso! Ammazzalo!» Egli guarda intorno fiero, imperterrito, s'avvia, e sale il primo scalino. Le due file dei legionari, che l'hanno lasciato inoltrarsi, gli si rinchiudono dietro e lo separano dal Righetti. Nel tempo stesso mentre il Rossi sale gli altri due scalini, qualcuno l'urta a destra, egli si rivolta sdegnoso, e da sinistra un altro gli immerge un coltello nel collo. Trenta, quaranta braccia s'alzano nello stesso istante per nascondere ciò che accade; sulle spalle del feritore alcuni gettano un cappotto da Guardia Civica e scompaiono con lui per una porticciuola di fianco; altri accorrono al portone del palazzo e trattenendo la folla, che si protende innanzi e interroga agitata, curiosa: «niente, niente, rispondono, fermi! Non è niente!» Il Rossi, raggiunto a gran pena dal Righetti, gli era caduto fra le braccia e trasportato nelle stanze del cardinale Gazzoli, pochi minuti dopo e senza profferir parola era spirato.
Al di fuori la folla si diradò quasi subito. Nella Camera dei Deputati, che erano scarsissimi, alla prima eco degli urli e dei fischi, al primo annunzio d'un attentato al Rossi parecchi, il Minghetti, il Fusconi, il Pantaleoni, uscirono per portar soccorso, altri non si mossero dai loro scanni, il Presidente Sturbinetti fece leggere il verbale: apparenza d'impassibilità da Senatori Romani contro i Galli di Brenno; vigliaccheria solenne in realtà, che neppure osò alzar la voce a maledire l'assassino.