La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.

I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!» assunsero presto carattere diverso.

Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero modificazioni profonde nell'ordinamento amministrativo. La libertà non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re comune e niente altro.

Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si vollero a scadenza fissa, quasi con un ultimatum: il Re doveva darle entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque: si parlava d' indipendenza, più che di libertà. Il Re, per prudenza o per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era troppo tardi, e l'insurrezione divampò.

Truppe furono spedite da Napoli per domare la rivolta di Sicilia: si batterono pigramente, furono battute e si ritirarono.

Trasformatosi il movimento da trasformista in rivoluzionario per colpa della Sicilia, le dimostrazioni di Napoli assunsero un carattere più minaccioso.

Il Re avrebbe potuto opporsi al movimento, mettersi a capo dell'esercito e resistere alle sedizioni e alle rivolte. Ma gli mancava l'audacia, e soprattutto credeva che i liberali, secondati dall'Inghilterra, avessero molto più forze che non avevano in realtà.

Il 26 gennaio, quasi per dar ragione ai dimostranti, licenziò il ministro Del Carretto, capo del partito assolutista, e lo fece imbarcare il giorno stesso per Marsiglia: i liberali che erano in carcere furono liberati e con essi Carlo Poerio.

Il 27 vi fu una grande dimostrazione.

Le concessioni, fatte sotto l'impressione dei movimenti di piazza, non doveano arrestarsi.