La spiegazione è facile: il Borbone aveva tutto il popolo contro di sè; e gli era ostile l'opinione d'Europa.
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La Sicilia, interessata alla redenzione di tutta la penisola, non fu ingrata, nè imprevidente.
Quando nel luglio 1860 le città dell'isola erano quasi tutte affrancate, il Borbone, scoraggiato dalle sconfitte, e volendo salvare una parte del regno, ebbe il pensiero di rinunziare alla Sicilia, consentendo che quel popolo decidesse a suo grado delle proprie sorti. Rifiutammo il dono insidioso.
La Sicilia non poteva ripetere l'errore del 1848. La sua libertà non si sarebbe assicurata, finchè la dinastia non fosse stata cacciata da Napoli. E poi ci saremmo allontanati dallo scopo dell'unità nazionale e saremmo stati ingrati con gli esuli delle provincie meridionali del continente che erano venuti con noi a battersi nell'isola.
Favoriva quel progetto Napoleone III, il quale si oppose al passaggio dello stretto, e vi sarebbe riuscito se l'Inghilterra non avesse fatto prevalere il principio del non intervento.
Fu rapida la corsa di Garibaldi da Reggio a Napoli. In pochi giorni le schiere nemiche furono sbandate; e il 21 ottobre fu votato il plebiscito in tutte le provincie meridionali, plebiscito che proclamava l'unità della patria italiana.
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Ma l'opera nostra non poteva arrestarsi qui: a maggiori altezze essa intendeva.
Certamente, coll'affrancazione delle provincie meridionali della penisola noi avevamo elevato la parte maggiore del grande edifizio. Un anno innanzi ci era stato dato l'esempio dalla Toscana, prima a rinunziare alla sua antica autonomia; quindi l'Emilia, che dal 1820 in poi aveva tentato più volte di far sventolare nelle ubertose sue pianure la bandiera dell'unità nazionale.