Così fu — ed il nuovo ideale ebbe anch'esso i suoi martiri. Ma le fucilazioni e gli arresti arbitrari, le sevizie e le torture non spegnevano, anzi — come sempre accade — alimentavano l'apostolato.
Il 27 gennaio 1850 il feroce Maniscalco, dando carattere ed importanza d'insurrezione ad una semplice dimostrazione popolare, fece fucilare il giovane avv. Garzilli con altri cinque compagni, i quali poscia, istruito il processo dalla ordinaria autorità giudiziaria, furono riconosciuti innocenti.
Il 16 marzo 1857 toccò la stessa sorte a Giuseppe Bentivegna ed a Salvatore Spinuzza, imputati soltanto di cospirazione.
La restaurazione fu dissennata quanto crudele.
Il re nulla fece per affezionarsi le città, per amicarsi le campagne; tutto, invece, perchè gli odii rinascessero ed inacerbissero. Non eravamo un popolo da governare, ma schiavi da tenere in servitù. Il paese era un campo trincerato, nel quale stavan di fronte esercito e cittadini, pronti a rompere ed a lacerarsi tra loro. Il governo, temendo sempre un ritorno delle giornate del 1848, considerava ribelle e puniva di morte il detentore di un'arme, arrestava e torturava chiunque ricevesse la lettera di un esule che osasse scrivere di politica.
E doveva avvenire quello che avvenne: lo scoppio irresistibile dell'ira popolare.
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La insurrezione più volte tentata e più volte differita, ruppe il 4 aprile 1860 al convento della Gancia di Palermo.
Alle prime notizie, Garibaldi, sciogliendo la fatta promessa, s'imbarcò coi Mille a Quarto e scese a Marsala. Pel duce fu una serie di vittorie, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo.
Nell'epistolario di Massimo D'Azeglio è una lettera ad un amico, nella quale si meraviglia dei trionfi di Garibaldi. Egli non sa comprendere come il gran capitano abbia potuto vincere con mille uomini un re, difeso da valido esercito e che aveva una flotta potente a guardia del suo territorio.