La sua fronte immortal, levare osate,
Or colla mano ardita
Le molteplici bende lacerate
Onde gelida a lei corre la vita,
Perchè di tanti non sia più mancipio
Ritorni alla beltà del suo principio;
Generoso disegno
Da sì lungo servaggio alzarla a regno!
Era questo popolo toscano che sentiva nel suo idioma ardere il fuoco sacro dell'unità nazionale!
In quel periodo non breve dal 1815 al 1845, in Toscana e specie in Firenze si viveva come in una famiglia. Dell'aristocrazia feudale, spossata già dalla repubblica democratica e dalla mollezza medicea, morta e seppellita con le riforme leopoldine, non si aveva neppur l'idea. Le famiglie più illustri eran venute su dal commercio, e salite a potenza per dovizie e per fama, perchè taluno dei suoi, in casa o fuori, aveva fatto fortuna nelle arti della seta, o della lana, o del cambio, e perchè non era mancato mai chi o col consiglio, o con la dottrina, o con l'opera, ne tenesse il nome alto e venerato. E il popolo, che sapeva esser quelle famiglie uscite dal proprio seno, le amava e le rispettava, quasi ne traesse ammaestramento che il lavoro le aveva nobilitate, e che il lavoro apriva a tutti la via onde conseguire dovizie ed onori.