Ma gli eventi precipitano. Il 12 di gennaio la città di Palermo, poichè il re Ferdinando non aveva concessa la domandata Costituzione, si mette in piena rivolta, e caccia le truppe regie. E' seguìta dalle altre città dell'isola e si proclama il distacco dal reame di Napoli della Sicilia, che si costituisce in Repubblica. Il fatto pone in fermento anche Napoli; e il Re, cui duole perdere la Sicilia, promette riforme, espelle il Del Carretto e persino il suo confessore: pochi giorni dopo, alla prima promessa aggiunge quella della Costituzione, e il 10 febbraio promulga lo Statuto fondamentale. Anche il re Carlo Alberto nel dì 8 febbraio pubblica le basi di quello Statuto, che promulgato poi nel 4 di marzo, doveva per fortuna d'Italia restare solo in vigore come l'arca santa dell'unità nazionale. Nel medesimo giorno, vo' dire nell'8 febbraio, si fanno a Roma tumultuose radunate di popolo per chiedere la costituzione e la secolarizzazione del Governo papale; domande, che spingono il partito reazionario chiesastico a iniziare una guerra sorda e feroce al risorgimento italiano. Nel 15 febbraio lo Statuto è pubblicato anche in Toscana, e se ne fanno grandi festeggiamenti, e se ne rendono pubbliche grazie a Dio e al Sovrano.
Signore e Signori,
Sul quadro di cui andrò ora delineandovi appena i contorni, e al quale la vostra immaginazione darà quel colorito che io non saprò dare, due belle figure campeggiano: quella di Cosimo Ridolfi e quella di Bettino Ricasoli. Questi, costretto dall'amico, piuttosto che chiamato dal Ministro ad assumere l'ufficio di Gonfaloniere di Firenze, con grande riluttanza, più che accettarlo, lo subisce; ma subitolo, lo adempie con tale e tanto senno, con tale elevatezza d'animo e di consiglio che Firenze, comunque gli agitatori del popolo con ogni lena si adoperassero, resiste ai loro malevoli eccitamenti finchè rimane sotto il governo e la guida di lui. L'altro, il Ridolfi, da prima Ministro dell'interno poi Presidente dei ministri in luogo del Cempini, che fatto ormai vecchio si ritira, riesce a inspirare nell'animo del Principe e in quello de' suoi colleghi gli ideali della patria libera e indipendente, e con le sue concioni al popolo, con i manifesti, con i proclami del Granduca ai suoi toscani, torna a stringere affettuosi legami tra popolo e principato; e se la sua sagace iniziativa per concludere una lega italiana tra i quattro Stati costituzionali non fosse stata avversata dal Borbone e dal Vaticano, e non compresa o temuta dal Governo Sabaudo, le sorti d'Italia non sarebbero andate in rovina.
Abbenchè non comparsa ancora sull'orizzonte, forse rendeva vani i saggi consigli di lui, quella stella d'Italia che doveva guidarci all'unità nazionale!
Riprendendo il filo della narrazione sui moti toscani, non può omettersi che il Serristori, Ministro della guerra, preveduto saggiamente il futuro, aveva proposto che si portasse la leva a 4000 uomini, ma negandoglielo la Consulta si era dimesso e gli era succeduto Don Neri Corsini, il quale riesci ad ottenere che si facesse una leva di 2000 uomini almeno.
E qui comincia la serie delle grandi sorprese. Sul cadere di febbraio la rivoluzione di Parigi, la caduta della Dinastia Orleanese, la proclamazione della repubblica in Francia, fanno passare quasi inosservata la costituzione concessa dal Papa, e danno modo al Mazzini di fondare in Parigi l'Associazione nazionale italiana, che in quel momento non poteva non esser che di danno all'Italia. Alludere col manifesto firmato dal Mazzini, dal Giannone e dal Canuti alle forme di reggimento repubblicano, e proclamare il principio dell'unità quando con le forze dei quattro principati si doveva conquistare l'indipendenza, condizione essenziale dell'unità, era errore e più che errore era colpa.
Alla rivoluzione di Parigi succede di lì a poco quella di Vienna. Il terribile nemico delle nazionalità, l'autore di tante stragi, di tanti martirii, di tanti esigli, il principe di Metternich si salva a mala pena, fuggendo, dall'ira popolare, e il giorno di poi l'Imperatore concede la Costituzione ai sudditi austriaci.
I Lombardi e i Veneti, che da tanto tempo mal soffrono il freno delle forze imperiali, pubblicano una forte e nobile protesta ai fratelli d'Italia e d'Europa, e pochi giorni dopo, nel 18 marzo, senza accordi ma per impulso d'animi ugualmente esacerbati, insorgono Milano e Venezia. Dopo una lotta eroica di cinque giorni, Radetzky è costretto a ritirarsi da Milano, e dopo un contrasto meno fiero che quel di Milano, il generale Zichy capitola e abbandona Venezia. I Modenesi si sollevano e il Duca fugge difilato a Mantova; Massa e Carrara insorgono, i popoli di Lunigiana si rivoltano e Carlo Lodovico fugge prudentemente da Parma. Il 24 di marzo il re Carlo Alberto passa il Ticino, e il giorno di poi 6000 piemontesi, freneticamente plaudente l'intiera popolazione, entrano in Milano. In 14 giorni si eran compiti eventi, che appena un secolo avrebbe potuto maturare e produrre!
Il 19 di marzo giungono in Toscana le notizie di Vienna, il 21 quelle di Milano e di Venezia, e sorge un grido generale di guerra e la domanda di armi per correre sui campi lombardi. La Toscana era sprovvista di milizia e di ogni arredamento militare: i pochi soldati servivano per le parate di gala, e il popolo, scherzando, era solito dire che per truppa era trippa e per trippa era troppa. I nuovi chiamati eran da poco sotto le armi, il governo aveva chiesto al re Carlo Alberto ufficiali capaci di ordinare il piccolo esercito, e il Re aveva mandato allora il Beraudi, il Caminati, il Campia. Ma nonostante che in fatto di armamenti tutto fosse da fare, il governo aveva avviato alla frontiera le truppe regolari di cui poteva disporre.
Alle notizie di Lombardia lo spirito patriottico si era levato sublime, ma lo spirito settario si agitava più vivamente di prima per le notizie di Francia. Bande di fuorusciti entrano dalla Francia in Savoia per abbattere il governo regio, ma ne son cacciati dai savoiardi. A Firenze si tenta sollevare la diffidenza contro il Ridolfi, e si eccita la plebe a strappare l'arme austriaca dal Palazzo dell'Ambasciata e a bruciarla sulla Piazza del Granduca; e si minacciava per di più di assaltare la stessa Ambasciata, se il ministro Corsini non fosse riuscito a persuadere la eccitata popolazione che non vi erano armi proditoriamente nascoste.