In ogni parte d'Italia echeggia il grido di guerra. Ferdinando di Napoli spedisce in Lombardia un corpo di truppe sotto il comando di Guglielmo Pepe. Pio IX benedice i soldati e i volontari che partono da Roma guidati dal generale Durando. Il Granduca passa in rivista i volontari, li saluta con un discorso caldo di amor di patria, e l'Arcivescovo ne benedice la bandiera tricolore, che era dichiarata bandiera dello Stato. Anche il Battaglione della Guardia Universitaria parte acclamato da Pisa.

Il 5 di aprile il Durando coi Romani è giunto in riva al Po, e dopo aver ordinato con un caloroso proclama, ai suoi militi di fregiarsi il petto della croce, e di muovere al grido « Iddio lo vuole,» entra sul territorio della Venezia.

Prima di andare oltre, giova tener nota di due fatti importanti. Il primo, che dodici giorni dopo questo proclama, il principe Aldobrandini, Ministro della guerra, con un suo dispaccio al Durando ne approva in nome del Papa la condotta e lo autorizza a trattare un imprestito col Governo veneto; il secondo, che, nonostante lo stato di guerra, gli Ambasciatori d'Austria rimangono tuttora a Roma e a Vienna.

La rettorica, che è stata sempre una malattia per noi italiani, ci aveva portata sul labbro la frase « Fuori i barbari,» e l'Austria ne aveva saputo fare suo pro per eccitare contro l'Italia lo spirito nazionale tedesco. La Repubblica francese con la minaccia d'invadere la Savoia sotto il pretesto delle inquietudini sorte in Europa per gli avvenimenti d'Italia; le proposte dell'Inghilterra di separare la causa della Venezia da quella della Lombardia, generosamente respinte dal Re: la Sicilia e la Venezia con l'essersi costituite a repubblica; il Mazzini col suo manifesto; i cardinali, i gregoriani, il ministro d'Austria col dare a credere al Papa, che, movendo guerra ai popoli cattolici, si sarebbe dato argomento a un nuovo e più terribile scisma, tutto congiurava contro le sorti d'Italia.

Il Re di Napoli manda contro la Sicilia ribellata le milizie già pronte a partire per la Lombardia; Pio IX con l'Allocuzione concistoriale del 19 di aprile, dichiara di aver voluto inviare le truppe al confine per difendere l'integrità dello Stato, ma non volere, egli ministro di pace, far guerra all'Austria.

Aveva un bello scrivere il Ridolfi lettere di fuoco al Bargagli, ministro toscano a Roma, e questi aveva un bel ripetere al Papa che se egli stesso non avesse predicata la Lega italiana, e non si fosse posto tra la Croce e la Spada e dettata legge a tutti, non solo sarebbe perduta l'Italia, ma perduto anche il Papato e il potere temporale. Il vaticinio del Ridolfi, comunque giusto e vero, non fu ascoltato, e il Papa non ad altro si indusse che a fare, il 3 maggio, una esortazione a Carlo Alberto di posare le armi, e all'Imperator d'Austria di rinunziare alla dominazione italiana.

In questo mentre i Toscani scendevano sui piani lombardi. Brandite le armi, i giovani universitari eran partiti da Pisa e da Siena pieni di un santo entusiasmo, che si era cercato di smorzare trattenendoli a lungo per la via; ma che era cresciuto perchè lo aveva acuito l'impazienza del trovarsi di fronte al nemico. In una bella mattina d'aprile, valicando quei giovani, al canto d'inni patriottici, l'ultimo giogo dell'Appennino, si schiude innanzi al loro sguardo l'immensa pianura lombarda, coronata dai pallidi contorni delle vette alpine. Coperta da una nebbia leggiera e trasparente pei raggi del sole sorto allora sull'orizzonte, aveva l'apparenza di un mare quieto e tranquillo, e l'idea dell'infinito cresceva la magnificenza del grandioso spettacolo. Un grido solo di Viva l'Italia eruppe da quei giovani petti. Era Italia quella immensa pianura, ed era calcata dallo straniero! In quel grido l'ideale della patria, l'aspirazione di tanti secoli che ora si compiva, la fede nell'avvenire, la certezza della vittoria, tutto si rivelava in un sublime tumulto di affetti!

Il 3 maggio i Toscani, che per ordine di Re Carlo Alberto dovevan prendere la destra dell'esercito piemontese, sostengono con buon successo sotto Mantova una prima avvisaglia a San Silvestro: nel successivo dì 13, buon nerbo di austriaci attacca tutta la linea da Curtatone a Montanara ed è vittoriosamente respinto sotto gli occhi del ministro Corsini, che stette impavido in mezzo al fuoco, mentre il generale Ferrari se ne stava tranquillo e sicuro alle Grazie. Le truppe regie avevan combattuto eroicamente a Pastrengo, a Crocebianca, a Santa Lucia ed ora assediavano strettamente Peschiera, mentre il generale Nugent scendeva con grandi sforzi nel Veneto e costringeva il generale Durando a ripiegare su Vicenza.

Il generale Ferrari era stato richiamato in Toscana, e da due giorni lo aveva sostituito il De Laugier, quando il generale Bava, sotto gli ordini del quale era il corpo dei Toscani, con ripetuti dispacci lo avvisa che forti distaccamenti di austriaci sono entrati in Mantova e si preparano ad attaccare all'indomani le posizioni occupate dai nostri; che occorrendo ripieghi su Goito, dove l'aiuto suo non gli sarebbe mancato.

La linea guardata dai Toscani si stendeva undici chilometri da Goito per Sacca e Rivalta fino a Montanara; aveva una fronte rivolta a Mantova di oltre 3 chilometri di lunghezza, con la sinistra a Curtatone appoggiata al lago formato dal Mincio, e la destra a Montanara. La posizione era debole t mal difesa, A Curtatone, invece di coprirci con l'Osone, canale non guadabile, e con i suoi argini, si eran formate le nostre trincee al di là del canale e del solo ponte, che sulla via maestra lo traversava, più alto del piano di campagna, non coperto ne difeso. Montanara aveva la destra affatto scoperta e poteva facilmente essere attaccata e girata di fianco. Sulla linea di battaglia tra Curtatone e Montanara, il generale De Laugier non aveva che sei cannoni e 4600 combattenti, mentre Radetzky era uscito da Mantova con 40,000 uomini e 60 pezzi d'artiglieria.