Alle 9 e mezzo della mattina comincia a tonare il cannone nemico, e in breve il fuoco dei fucili si fa su tutta la linea vivissimo. Il generale De Laugier per invitare, come egli disse, i suoi giovani soldati a sprezzare il pericolo, esce con i suoi aiutanti al di fuori delle trincee e percorre a cavallo, sotto il fuoco nemico, la parte della linea che dalla strada va a sinistra fino al lago, e al suo passaggio i soldati e i volontari, alzando i fucili, lo salutano col grido di Viva l'Italia. Di là il Generale corre a Montanara, tutti animando colla speranza della vittoria.
Anche il Battaglione Universitario, che era accampato alle Grazie, e che il Generale aveva ordine di tenere in riserva, è portato sulla strada di Mantova per attendere in colonna serrata l'ordine di avanzare. Una densa nube di fumo si alza al di là del ponte e si ode un terribile rombo; era un cassone di munizioni, che i fuochi dell'artiglieria nemica ci aveano incendiato. Passano sulla strada i feriti in gran numero; fra questi il tenente colonnello Chigi e il tenente Niccolini, che si erano eroicamente battuti. « Viva l'Italia! Vendicateci! » grida, passando, il Niccolini ai giovani universitari, dei quali, a quel grido, non è più possibile contenere l'ardore. Il Battaglione, formato com'era in colonna serrata, si muove senza che nessuno glielo abbia comandato, e fu fortuna che nel breve tratto da percorrere prima di salire il ponte, lo incontrassero l'aiutante maggiore Milani e il capitano Caminati e lo facessero sfilare per due e passare alla corsa sul ponte, dove fulminavano i fuochi incrociati dell'artiglieria nemica, che ad alcuni di quei giovani furono pur nonostante fatali. Il fuoco dei nostri fucili durò a lungo e sempre vivace, mentre un solo cannone poteva di tanto in tanto, per mancanza d'artiglieri e di munizioni, far sentire i suoi colpi.
Alle 4 pomeridiane, dopo sei ore e mezzo di combattimento, gli austriaci in forti masse si avanzano sulla strada dalla parte del lago, e il De Laugier assicuratosi della impossibilità di resistere ancora, ordina la ritirata e la fa batter più volte, perchè molti parevan decisi a morire sulle trincee piuttosto che voltar le spalle al nemico. Gli austriaci, convinti di avere avuto a fronte un grosso corpo di esercito, che avesse ripresa posizione alle Grazie, avanzano cautamente, e intanto i nostri, discretamente ordinati, si ritirano per Rivalta e Goito.
Nè con minor valore si eran battuti i Toscani comandati dal colonnello Giovannetti a Montanara. Attaccati sul fianco destro da grandi forze nemiche, più volte si erano slanciati al di là delle trincee, ed eran riusciti a respingerle: l'artiglieria aveva fatto prodigii con i tiri bene aggiustati dei suoi due cannoni, ma artiglieri e ufficiali erano morti feriti sui loro pezzi. Nuove schiere nemiche ripetevano i loro attacchi, e quando sul tardi il Giovannetti, cui non era pervenuto l'ordine di ritirarsi inviatogli dal De Laugier, si accorse di avere a fronte un esercito poderoso e ordinò la ritirata, il generale Lichtenstein lo aveva girato di fianco e, sbarrandogli la via, lo attaccava alle spalle. Molti di quei valorosi perirono, molti non pratici del terreno furon circondati e rimasero prigioni.
Dal maresciallo Radetzky, nella sua relazione sulla campagna del 1848, quella battaglia è chiamata memorabile e quella giornata gloriosa per l'esercito austriaco. E noi possiamo dire sulla indiscutibile autorità di lui, che dieci volte più memorabile fu quella battaglia e dieci volte più gloriosa fu quella giornata per i toscani, che dell'esercito austriaco non eran che la decima parte.
L'eroica resistenza dei nostri aveva dato tempo alle truppe regie di raccogliersi a Goito, dove giunto Radetzky la mattina di poi e data battaglia, fu vinto e costretto a tornare indietro e chiudersi in Mantova. In quel medesimo giorno capitolava Peschiera. Ma fin d'allora il valore dell'esercito, l'eroismo del re Carlo Alberto e dei Principi suoi figli, non bastarono a rialzare le sorti delle armi italiane. L'esercito piemontese, non ostante che prodigii di valore avesse compiuti, pure due mesi dopo dovea fatalmente ripassare il Ticino.
Nel 26 di giugno si era adunato per la prima volta il Parlamento toscano, che al discorso del trono, caldo di sentimenti patriottici e avvivato dalla fede nell'avvenire d'Italia, rispose con fragorosi, unanimi applausi. Ma nel mese successivo, quando la fortuna aveva voltato le spalle alle armi italiane, il governo, colpito dalla grave sciagura, era ricaduto nelle solite lentezze e incertezze. Si attendeva la presentazione di una legge sui volontari, perchè il timore degli austriaci vittoriosi faceva sentire il bisogno d'uomini e subito; ma il 30 luglio un movimento repubblicano, presa a pretesto la necessità di difendere il paese, messe tutta Firenze sottosopra, la Guardia civica non rispose all'appello, e la truppa piegò di fronte al popolo che invase l'aula dei Deputati. Niuna deliberazione fu presa dall'Assemblea sopraffatta, e ne seguì la dimissione del ministero Ridolfi. Gli succede un ministero Capponi, che ebbe una vita agitata di soli settanta giorni; durante i quali Livorno, conturbata dai sobillamenti del Guerrazzi e irritata per la espulsione del padre Gavazzi, si levò a tumulto, e rotto il telegrafo e arrestato il Governatore, pretendeva dettare la legge. Inviato dal Governo a sedare quei tumulti Leonetto Cipriani, ne avvenne fra il popolo e la truppa una lotta sanguinosa. Per il che dipartitosi il Cipriani da Livorno, a calmare gli animi esacerbati vi fu dal Governo inviato il professor Montanelli, e questi blandendo il popolo per farsene strumento a salire, gli promise la istituzione di una Costituente italiana, la quale avrebbe dovuto deliberare sopra la forma del reggimento politico e anche sulla conservazione della dinastia di Lorena.
Intanto i partiti estremi rossi e neri, d'accordo sempre nel distruggere, avevano messo sottosopra anche Roma; e ucciso il Rossi, e minacciato il Vaticano, avean costretto il Papa a fuggire. Caduto in Toscana anche il ministero Capponi, il Montanelli e il Guerrazzi eran riusciti ad afferrare il potere. Le due Costituenti, la Costituente federativa dei trattati, piemontese, toscano e romano, che doveva risedere in Roma ed esser la personificazione vivente dell'Italia, e la Costituente legislativa sopra l'ordinamento interno di ciascuno Stato, costituivano il programma del nuovo Ministero democratico: concetto questo, cui prima aderì, poi respinse il Gioberti, allora presidente del Ministero Piemontese; concetto che più tardi doveva sollevare gli scrupoli di Leopoldo e indurlo ad abbandonare la Toscana. Sciolta la Camera dei Deputati, o Consiglio Generale, come allora chiamavasi, e riconvocati i Collegi elettorali, il Governo democratico nel dubbio di non aver favorevole il giudizio popolare, avea lasciato che in Firenze, in Pisa e in altre parti del Granducato il giorno delle elezioni si tumultuasse, si spezzassero le urne e fossero messi in fuga gli elettori dalla plebaglia eccitata. In sì triste modo si chiudeva il 1848, quell'anno di tante speranze, di tante prove, di tante sciagure.
Il risorgimento italiano, cui l'elezione di Giovanni Mastai a Pontefice aveva dato come il suggello della giustizia divina, si era arrestato, ma non per sempre. Se al principio del 1848 era esso una fede nella coscienza del popolo, al cader di quell'anno fortunoso non era per altro che un debole ricordo di un sogno svanito. La speranza, non che spenta, era resa anzi più viva per l'ammaestramento che ci veniva dagli errori commessi.
Se il 1848 aveva strappato dalle nostre mani inesperte le sorti della patria, le vegliava un destino benevolo. Gli errori del popolo le avevano compromesse, gli errori del principato dovevano prepararne la grande riscossa. Se Pio IX, se Leopoldo di Lorena si involavano, e con ragione, alla tirannia della piazza, era il fato benevolo dell'Italia, che doveva spingerli a rifugiarsi presso il Borbone sotto le ali tristamente tutelari dell'Aquila austriaca. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva nella tenebrosa fucina di Gaeta far preparare la violazione dei patti giurati, e la chiamata delle armi straniere sopra i popoli ancor fedeli della Toscana. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva offrire a noi medesimi, che avevamo errato, l'occasione della riscossa. Era il fato benevolo dell'Italia, che invece di un Papa, liberale senza saperlo, doveva darci in Vittorio Emanuele un Re Galantuomo, e far dello Statuto Sabaudo il gran faro cui potessero rivolgersi tutti i cuori e tutte le menti degli italiani. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva con gli errori del Granduca ravvivare il sentimento dell'unità nazionale, sopito ma non spento, nel popolo toscano, e dare a questo la fermezza di volontà e la temperanza di modi, che più tardi lo avrebbe fatto appellare un popolo di diplomatici, che sotto la guida salda e robusta del Ricasoli, avrebbe potuto render vani i patti di Villafranca, i suggerimenti amichevoli, gli autorevoli consigli delle potenze straniere, e, spezzando la propria corona, dare il primo e il più forte cemento all'unità della patria!