«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari, «il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima novità stava per accadere, l'unità italiana sotto la monarchia di Savoia. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e delle speranze, che cadono ad una ad una».
Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.
GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE
CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.
L'Italia è la terra degli Eroi.
Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?
La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni, di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca, l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.
E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi: essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e i nostri.
La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si emancipa per mezzo degli eroi.
«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale, la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri, che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»