La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene, secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della sua tragica fine.

Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta, seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il sistema federale monarchico finisce per sempre così.

Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo, mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.

Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.

Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema unitario repubblicano.

Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno, questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!

A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere altro risultamento se non questo dilemma: o finis Italiae, o unità nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour, gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.

Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.

Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana, ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.

Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano gli altri, nè gli altri loro.