bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di questa susciti in Carlo Alberto il misterioso Amleto vendicatore; bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud della penisola.

Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a questo patto siamo tutti con voi; se no, no;» nel 1856 per bocca di Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole: «fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; se no, no ».

Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti, soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore, che sono i veri precursori!

La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.

Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana) verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti) il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.

Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica, quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del 1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.

Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna i nostri tentativi rivoluzionari.

Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro, dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti. L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.

Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.

Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica, con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma, al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.