Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo ancora le antiche illusioni.

Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi; quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte, e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta individuale ci sorprende.

Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò che è chiaro, ciò che è evidente.

Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta, ma che si sia mantenuta.

Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio.

Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto, ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale, bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo.

Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il mezzo, ma come lo scopo.

L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in realtà esistono.

Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte, l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare, ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.

Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è maggiore.