Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della Scoperta, presto occupata dal generale Durando.
Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: Savoia, da migliaia di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»
Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi, tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634 e 9290 scomparsi e dispersi.[1]
L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta, la giustizia era fatta.
A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di Villafranca.
Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul Reno.
Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo. Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia.
Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele «che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.
Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva: «Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete presa.»
Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour, che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de Villafranca.»