Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove, ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie, sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio, il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita. All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.

Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.

Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto, e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.

I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura mantovana.

Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone, e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.

Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli alleati.

I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale tenacia.

Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza, i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia vincevano ovunque.

Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili, sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.

Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato, senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie, mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di Francia.