Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60. Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica, che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto di queruli, di critici e di mediocri.

Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.

Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.

La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del '59 e del '60.

IL RE GALANTUOMO
(1849-1859)

CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.

Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi d'oltraggi e di sangue.

Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma, pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava: la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere, si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.

Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria: volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino. Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto, cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante, incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da Alessandria e da Genova.

E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri, artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono: lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato, supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere, tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.