Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza. Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che, nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali, il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna, in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta. Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio, mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori, batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei morenti.
Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»
E partì verso la morte.
* * *
Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane, che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede. Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,» avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una parola.
Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A questo debito noi non abbiamo fallito.
Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»
Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale. Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati, qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re, desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli, nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii, l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia. Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro destino.»
«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire. Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre, per crescermi di potenza.»
E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui si curvava il tempo mortale.