In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.

Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue e l'amore della patria.

* * *

Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e per rincominciare.»

Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più disperati.

Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge, appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare, senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto che si dà sempre ai Sovrani.

Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera, indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera compiere.

Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo, Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio. E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi, ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica; più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare, colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa si sfogava l'ira) dice:

— Vorrei sapere chi è quel signore!

Je suis Delaunay, lieutenant-général.