E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar più all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie. Come doveva aver sanguinato quel cuore!

Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori della tirannide spergiura; cacciato egli a confine in Brünn di Moravia, a piè di quello Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando lassù, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana, Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lassù condannati; se i Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era là; tutto era avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua storia, che pare un coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva:

«In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia; e le altre italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite, o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio, ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servitù, infino a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i quali ho fede che, imparando dai vizi nostri le contrarie virtù, concederanno al popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli negano.»

Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare; l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggiù, quel manipolo e quel Liberatore.

All'alba, i due vapori stavano già per girare il promontorio di Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi. In quelle acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche di munizioni: ma guarda di qua, guarda di là non si vede nulla. Che fare? Garibaldi alzò gli occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al nemico.»

Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso, i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.

Ribattezzava Cacciatori delle Alpi i militi della spedizione; parlava di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei chiamava non più piemontese ma italiano; il grido di guerra: Italia e Vittorio Emanuele.

Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perchè egli in quel fatto era tutto.

Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui sventolava la bandiera tricolore.

Era Talamone.