Come se il fato valesse ancora nella vita dei popoli e dei Re, proprio là in quel riposto seno della terra Toscana già Stato dei Presidii, piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!

E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio, compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e rapidamente.

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Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo aiutante di campo del Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove. Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i cacciatori delle Alpi.

Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse quel contatto gli diè l'ultima tempra; e il Türr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni gridare la pace e la libertà. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese veniva Attila!

Ungherese come il Türr, un po' più giovane di lui, aiutante anch'esso del Generale, v'era il Tuköry, che veniva a offrir l'ingegno e la vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma con dolore; forse presago di dover morir presto, come morì di ferita toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore in Omero.

Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè anni, avanzo di Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera.

V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.

E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l'Eroe dell' Enriade, andava tra quei che uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre.

Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle gesta.