Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma ahimè! il vivo non era del valor del morto. Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia, nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di già bianche parecchie.
Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo di trentatrè anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi siciliani, che a lui già nobilissimo della persona, dava un'aria alta e singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che ancor si aspetta.
Sfila la settima compagnia, studenti dell'università pavese, lombardi, milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda e il Ticino.
La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva così contento, aveva un'aria così paterna, che uno avrebbe detto: «Certo a costui è stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perchè se non è necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore.» Ah il contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica, crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e assetata di bene spera che torni.
E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno, avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno del 49, nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, e gli dava subito retta intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perchè, aveva già quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto, Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai banchetti liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di parole. Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali.
Che di latte nudriti a lunga etade
Producono i lor dì.
* * *
Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.