Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.
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Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua prima volata fuori della casa materna.
E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia, ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la sorte della spedizione.
Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!»
In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.
La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati, e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.
Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro d'America ed era il figlio del Generale.
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