Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno, chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva più disperata, avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo che bisognerà ritirarsi» egli aveva risposto con calma solenne: «Ma che dite mai, Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!»
Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò il grand'ordine del giorno: «Soldati della libertà italiana, con compagni come voi posso tentare ogni cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni trentuno erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e perchè egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno dei suoi soldati, e perchè aveva diretto tutto col cuore.
Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal passo di Renda, Palermo, immensa, laggiù sul mare coperto da navi da guerra di tutta Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto!
Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21 maggio, che diede una notte tempestosa, levò il campo; e per monti senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella memoria come uno dei suoi prodigi.
All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che il nemico sappia dov'è; la Sicilia non dava spie. Il 23 è scoperto: la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata, quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci, tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo già per i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a Palermo.
Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi è già via da quella boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei picciotti del La Masa, e di là rivede la capitale.
Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali della marineria inglese. Cosa gli portavano? «Eh già! si diceva tra le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli, così che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la piglieranno, e Napoleone si piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà la Venezia, e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unità italiana e di Roma non si parlerà più.» E chi vorrebbe giurare adesso che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo? Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie, sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi.
Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi aveva detto: «Stanotte a Palermo.»
E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, giù per un sentiero quasi appena tracciato di balza in balza.
Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di che che si fosse.