Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sperò che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perchè stette a guardarli a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal Tuköry? O lo sperò quando disse di portar nel punto più alto la bandiera tricolore e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra civile.

Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi cacciatori giù per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi. «Non rispondete! non rispondete!» gridavano i capitani ai Garibaldini; e in verità facevano bene, perchè le venti cartucce ch'erano state date a ogni milite se ne sarebbero presto andate; così per parecchio, quei militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.

Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale.

Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono giù larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, e rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto piano sin a piè delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero volate su come stormi di falchi; però quando furono a salire e guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa. Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.

I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e lì la più sapiente manovra per la più bella delle ritirate sarebbero stati senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare per questo, lì sotto gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci volte più forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non avrebbe più compresi nè quegli uomini per essa meravigliosi, nè Lui.

E questo, come se il Generale avesse una virtù comunicativa sovrumana, questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde più che condotti, conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie si ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono più unità tattiche, ma gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle, e vi si serrarono più dense e più forti. Allora parve impossibile di poterle ancora affrontare. E a guardare in giù i già morti e i feriti, che strage!

Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio fin lassù, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di morire per tutti, giacchè l'ora era omai disperata.

Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, che non lo lasciò quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano «Viva» al loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. «Riposate, figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sarà finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime.

Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso, i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» E una bandiera fu vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso; s'udì l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani mentre alcuni garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi in rotta rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori.

Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo, l'unità d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe dei Borboni.