E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in quell'ora? Quali sgomenti, quali pianti, quali furie? Erano stati dati ordini alla flotta, di colar a fondo i due vapori salvando le apparenze, e questo si seppe poi. Invece, il gran nemico di dieci anni prima, quello stesso di Velletri e di Palestrina, era sbarcato in terra del Regno, nel punto più lontano da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin da quel momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni di distanza, vien su dal cuore un senso strano di compassione.

Lo Stromboli e la Partenope si sfogarono il resto della giornata a tirar cannonate, ma non proprio per bombardar Marsala, che s'era coperta di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò l'alba; e i Mille erano già fuori della città pronti a marciare.

Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San Fermo vincitore, Garibaldi non fu così bello e raggiante come in quell'alba del 12 maggio, lì fuor di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva in cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il Piemonte menato via a rimorchio dalle fregate borboniche, il Lombardo piegato su di un fianco e mezzo sommerso. E ciò voleva dire che in quei Mille doveva essersi piantato il sentimento, di non aver più a fare nulla col mondo di fuori dell'isola, e che da quel campo chiuso non sarebbero più potuti uscire se non vincitori.

Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle galere borboniche! Di là si vedevano bene le Egadi, smeraldi al sole, e si sapeva che nelle loro viscere, nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del mare, giacevano quei di Sapri, i loro precursori!

Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due o tre chilometri tra vigneti, la colonna marciò poi tutta la prima giornata sotto quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di Rampagallo. Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi la aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? Lì dunque era il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone, udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. «Avete badato a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era un uomo gigantesco, forse di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato là in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verità dolorosa.

La notte furono visti i primi insorti Picciotti: una cinquantina. Venivano a raggiungere il Generale, condotti dai baroni Sant'Anna e Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili da caccia che chiamavano scoppette, qualcuno aveva le pistole alla cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incantò subito, li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce e la rivoluzione unitaria.

Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzodì, fu ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione veniva loro incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale fu addirittura un delirio; v'erano già le squadre di Monte San Giuliano, forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore per la libertà.

Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, già avvisate che a nove o dieci miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da dove la gente fuggiva gridando loro: «Meschini! meschini!»

Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si capì cosa volesse dire quel compianto, perchè apparvero subito le guide garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di là dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso.

Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole, uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla, s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lassù videro l'altra collina in faccia balenar d'armi.