.... E Dante dice a Virgilio:
«Mai non pensammo forma più nobile
D'eroe.» Dico Livio, e sorride,
«È de la storia, o poeti.»
* * *
Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui.
Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi, para il colpo come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. Il Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perchè era crucciato di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia, vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare il nome di «Tuköry», vi corre, voga là, giunge, sale come un mozzo sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo secondavano e lo interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose gentili e forti, il morir per la patria era la più gentile e forte di tutte.
Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e già l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva tôrre la Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maestà l'autorità che le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto della sua vita.
Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni di Türr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a posarsi tra Catania e Messina.
E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì incomincia il maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di sabbie, raccoglie là intorno un centinaio di barche, e la notte dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui dà compagni Missori, il più elegante dei suoi cavalieri, e Alberto Mario, il più gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov'è Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche, ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di barche. Le conduceva il Castiglia.