Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e cannoneggiate dalla Fulminante e dal Fieramosca che ivi incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ciò per Garibaldi non volle dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della Calabria con sì poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perchè con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle, che lì proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al gran passo. E lo credevano già anche i suoi. Senonchè la notte del 12 agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era più, perchè parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava.

Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a Torino a parlar con Vittorio? Mistero! Ma egli era già in Sardegna, nel Golfo degli Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti per gettarli nel Pontificio. E di là, data un'occhiata alla sua casetta di Caprera, li imbarcò e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò il Jonio, afferrò Melito tra Spartivento e Capo dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole lì! Giungono l' Aquila e la Fulminante! Si sfoghino a bombardare il vapore Torino, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.

Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Così i generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere giù le armi o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? Garibaldi spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora non sono più soldati di nessuno.

Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la terra che bevve il sangue di Pisacane.

Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco II avesse avuto un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo. Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano ancora a gran giornate per la Calabria, ed egli era già in quel di Salerno. Che faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano là tra Salerno e Avellino? Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La gran figura del Dittatore pare spiri innanzi a sè un vento che tutto sperde. E il 5 settembre in Napoli, anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli piccoli e grandi. Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina s'imbarcavano per Gaeta sulla Partenope, scortati da due navi da guerra spagnole, perchè della flotta napoletana nessun altro legno volle seguirli.

Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno e a Napoli, al mezzodì del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei suoi cinque, entra nella città, tra la folla che proprio fuori di sè dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza, ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili così tenui le sorti delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora a certi uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe a rispondere a chi la interrogasse così? Garibaldi era un'idea, l'incantatore passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era già fatto idealmente quel giorno.

Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette da padrone: e di lì, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti.

E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il Cavour trasse il dado.

Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero; alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo da incendiar mezza Europa.

E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni Russia e Prussia in un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove così alte di vita non era più quello cui la Santa Alleanza aveva messo l'Austria sul petto.