Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema così novo e grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi sono veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.
* * *
Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della gran città, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re.
Bisognava stare ben desti e ben pronti!
Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi, tastandosi talvolta fieramente qua e là. Ma il Dittatore sentiva che l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo, vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva nel campo nemico. Alla fine «Fate buona guardia» disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo attaccati.» E all'alba del 1º ottobre furono attaccati davvero.
La narrazione della battaglia che pigliò nome dal Volturno fu scritta e subito e poi, e se ne scrive e se ne scriverà ancora. Ma a misura che le vanità se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, e rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane, mentre si combatteva ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria su tutta la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena, compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, tutta dell'armi volontarie, tutta garibaldina; fu una delle più grosse battaglie che l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto, ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto.
Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così cominciò l'assedio di Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata con entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava star lì, aspettando che la fortezza si rendesse da sè. E furono giorni lunghi fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano dei discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del Re vittorioso nelle Marche e nell'Umbria? Verrà da amico o da soverchiatore? Bisogna pur dire la verità: entrava negli animi una grande malinconia. Solo Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perchè il comandante della fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, no! — si diceva avesse risposto Garibaldi. — Se un fanciullo, una donna, un vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano di febbri, i battaglioni si assottigliano, muoiono.» E Garibaldi a lui: «Ci siam venuti anche a morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la città, poi diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe contato nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non Siam venuti per la gloria.» Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui!
E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè Piemontesi? Non erano i soldati già di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava ancora così, quasi da tutti. Non però dal Dittatore.
Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al Regno nuovo di Vittorio Emanuele.
Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con le divisioni di Bixio e di Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari: li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26 ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe già pallide lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie rosse. Ad un tratto si udì la fanfara reale del Piemonte. Tutti a cavallo! Qualcuno ricordò poi che, in quel momento un contadino mezzo vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva: «Viva, Viva, Viva il Re!»