Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva dagli altri; egli studiava profondamente e diversamente da quello che usavasi allora in Italia dai più; non si contentava della pura forma, ma con la mente tenace e penetrante andava giù nella grande sostanza filologica e linguistica della nazione italiana, e accennava a voler risalire alle pure fonti della tradizione indigete e cavare da essa tutte le forme più precise e più plastiche di una nuova poesia. Un giorno egli comparve davanti a degli amici e lesse dei suoi versi, e anche nella scelta degli argomenti egli si diversificava dagli altri, non erano donne innamorate o lamentazioni sentimentali, o salici piangenti, o raggi di luna. Come un antico, come un pagano, di un fiero paganesimo però che non si tuffava nell'epicureismo e non divorziava da nessuna nobiltà di ideali umani, egli nel «Libero convito» cantava:
Beviam, se non ci arridono
Le liete muse indarno,
Or che lent'ombra nordica
Cuopre i laureti d'Arno.
A noi, progenie italica,
A noi, sangue del Lazio.
Bacco scintilla e Venere
E l'armonia d'Orazio....
Con questa superba e schietta intonazione il giovane poeta esordiva; e, ripeto, dal suo paganesimo nessuna alta idealità umana e sociale era bandita; e nel fervore del brindisi accennava alle grandi virtù civili che l'antichità classica ci raccomandava co' suoi esempi: