Anch'ei Catone intrepido
La tazza al servo chiese
E ripensando a Cesare
Il roman ferro chiese:
E in quel che Bruto vigila
Su le platonie carte,
Cassio tra' lieti cecubi
Gli Idi aspettò di Marte.
Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava a sè stesso un grande avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di più fine intelletto e di gusto più squisito sentivano in lui il maestro di una forma più eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente rispecchiare le più nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio Emanuele II, non solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano nell'Università di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio dell'illustre pesarese non è andato smentito dai fatti, e che la poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana delle ispirazioni e delle consolazioni.