Da Byron prese l'ultimo sigillo.
e ne rimase improntata per sempre.
Una mente ardita com'era quella, non poteva, per quanto classicheggiante, restare insensibile e chiusa alle novità dei romantici, che tanto contributo di forme più immaginose e di più libere idee andavan portando nella moderna letteratura europea. Non per nulla il discepolo dei Barnabiti aveva letto, anzi divorato, Ossian insieme ad Omero, la Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una specie di febbre al cervello. Calmato il fermento di quella febbre, il futuro autore della Battaglia di Benevento dovette sentire con senso più chiaro quel vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller, lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël avevano spirato anche di qua dalle Alpi, e che di qua dalle Alpi andava ingrossando in un vento di rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature straniere, e ne derivò nuovi elementi di humour alla sua natural vena sarcastica, che doveva essere una delle sue forze maggiori così nella vita come nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto con soffio più largo e possente, e non tutto benefico, fu, senza dubbio, la poesia di Lord Byron.
A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare Giurisprudenza, vide il poeta famoso, ne lesse i poemi, e ne ebbe come la vertigine dell'abisso. Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini, ci narrò nelle sue Memorie lo sbigottimento che gli cagionò la rivelazione di quella poesia e di «quell'anima immensa», e confessò, se ce ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide più e non sentì più che a traverso a quella poesia e a quell'anima. — Frutto immediato di tanta impressione furono certe sue ottave A Giorgio Byron, pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate poi dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase pur troppo in quasi tutta l'opera sua narrativa, e La battaglia di Benevento non fu, si può dire, che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, che ormai gli era entrato nel sangue come un veleno. E il Guerrazzi, che già vi era disposto naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da averne colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni sue e de' suoi personaggi in quel primo romanzo, alterata l'originale spontaneità dell'ingegno privilegiato, e falsata in gran parte la forma di quella sua prosa poetica, di quel suo lirismo convulso, di cui con ragione fu detto, che ha del byroniano e del biblico.
E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi maggiori e più celebrati, l'intonazione dello stile guerrazziano lussureggiante di immagini, perchè spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) tutto inteso a risuscitare la vita sopra una terra di morti, si erige profeta di libertà; e allora egli sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul Sinai, allora egli sembra Ezechiello che gridi: Sorgete, ossa aride, su dal sepolcro! Perchè noi, o Signori, abbiamo troppo dimenticato che l'arte non fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro chi dava all'Italia catene e patiboli. Sbagliò, e ho già detto che sbagliò molto, nei mezzi formali che credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma il fine fu altissimo sempre, e degno di lode immortale. E nel fine politico ch'ei si propose, e che non si stancò mai di ricordare in ogni suo libro, di confermare in tante sue lettere, è un'altra grande ragione de' suoi difetti ed eccessi di artista, moltissimi dei quali furono appunto gli eccessi e i difetti d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva combattere delle battaglie.
II.
Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura gli aveva posto in corpo «l'argento vivo dell'uomo d'azione». Il padre spartano, senza forse saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre sentenziato esser meglio «vivere un giorno come un leone, che cento anni come una pecora». E il giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero, con tutte le rudi energie del popolo livornese da cui traeva l'origine, si vide tracciata per tempo la via che doveva percorrere. E in quella via si cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per un diverbio avuto col padre, facendo il traduttore e il revisore di stampe per vivere, e assoggettandosi a ogni sorta di privazioni, piuttosto che cedere per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta con una forza di volontà che fu spesso ostinazione superba, con una tenace perseveranza che doveva esercitarsi ben presto in più nobile campo.
Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di mira dalla polizia granducale, che lo segnò nel suo libro nero e lo perseguitò con ammonizioni e perquisizioni e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci potè tornar dopo un anno, ma sempre osteggiato dai professori e sorvegliato dai birri. Queste persecuzioni gli inacerbivano sempre più il carattere e gli accrescevano quel disgusto degli uomini al quale inclinava, e che il Werther e l' Ortis, il Manfredo e il Caino avevan diffuso come un contagio spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante, a dispetto di tutto, si potè laureare in utroque, e tornare alla sua Livorno a esercitarvi l'avvocatura, Dio sa con quanto suo gusto! Con quell'ingegno e con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato gli si adattava «come la catena alla gamba del galeotto»; e le sue bellissime lettere son piene di questo lamento:
«La mia anima si è versata come un'onda d'inchiostro (scriveva nel '47), e poteva prorompere come un raggio di sole! Io sarò stato in questa vita dottore e mercante per bisogno, scrittore per rabbia!»
«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). Io mi curvo sotto la cappa curiale più penosamente che il collegio degl'ipocriti sotto le cappe di Dante. Ma la vita erami data come un morso da rodere. Io morirò avvocato, io nato forse poeta».