E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra l'esercizio professionale e le vicende politiche ond'egli fu parte, si può dire che, fin dopo il '60, i più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale furono forse gli anni (e disgraziatamente non furono pochi) da lui passati in esilio o in prigione. Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione e quest'uomo d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione e di riflessione quanti ne scrisse, e che quei libri furon capaci di produrre quei potentissimi effetti che produssero sopra gli uomini per i quali furono scritti; è ben forza riconoscere che quell'uomo non usurpò il nome di grande che i suoi contemporanei gli diedero, e che sarebbe ingiustizia e insipienza voler giudicare soltanto coi freddi criteri dell'arte quei libri vulcanici.

Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento vivo, la polizia toscana non se ne stava con le mani alla cintola; e dopo avergli dato il precetto della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli soppresso nel '29 L'Indicatore livornese che egli aveva fondato da pochi mesi insieme con Giuseppe Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato a Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi nell' Elogio di Cosimo Del Fante, dopo averlo imprigionato pei fatti del '31 senza accusa determinata e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo arresta di nuovo come cospiratore e lo chiude nel forte di Stella a Portoferraio. Ivi nacque L'assedio di Firenze, col quale l'autore, inspirandosi ancora alla storia italiana, creava, anche più arditamente che con La battaglia di Benevento, una nuova forma di romanzo storico.

Nulla infatti hanno di comune i romanzi del Nostro con quelli di Walter Scott o del Cooper, dai quali diversificano formalmente e sostanzialmente, e coi quali non potrebbero venire paragonati che per la ragion dei contrari. E poi disse bene il Chiarini, che chi proprio voglia trovare ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che lo precederono, ma fra i poeti; deve cercarla nei poemi e nei drammi dello Schiller e del Niccolini, oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta fu sempre nel Livornese non solamente la forma della sua prosa, ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo e passionatissimo di sentir la natura, di intender la storia, di concepire la vita, e di riprodurle nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno una piccola parte di quella oggettiva serenità, di quella equabilità quasi olimpica che permise allo Scott e al Manzoni di guardare la storia e la vita con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le cose con occhio di febbricitante, quando non le vide con occhio di bove che gliene esagerava le proporzioni; vide il mondo soltanto a traverso l'anima sua sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto di sè, la storia e la vita. Nè gli venne fatto così, credo io, per imitare anche in questo il suo Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè, volendo che i suoi romanzi fossero piuttosto azioni che libri, credeva di poter conseguir meglio il suo scopo immediato col dare a tutte le età da lui evocate, a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti feroci e le sue passioni fortissime: simile in ciò, più di qualunque altro scrittore italiano, a Vittorio Alfieri, del quale aveva ereditata tutta la maschia energia dell'ingegno e dell'animo.

Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità del romanzo guerrazziano consiste anche nel modo e nella misura con cui vi si mesce la storia alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente nella Battaglia di Benevento, dove la storia costituisce la parte essenziale del quadro, e storiche ne sono quasi tutte le figure principalissime, se si eccettua il protagonista Rogiero. Ora è certo che questo non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi dal grande Scozzese, nè dal grandissimo Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la storia non fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli attori principali e i principali casi del dramma che vi si svolge. È ben vero però, che il sistema onde fu composta La battaglia di Benevento era ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che non permette al lettore di scernere chiaramente il vero dal verosimile; e perciò porgeva il fianco più agevolmente alle accuse non sempre giuste che furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria dallo stesso Manzoni che, nella pratica, aveva creato il capolavoro del genere.

Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che derivavano da quella specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure accessorie e qualche episodio.

Ma queste novità non ci spiegherebbero punto l'impressione straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco più che ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno meravigliosa. I più severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi, dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio che voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con tutti i suoi difetti enormissimi, La battaglia di Benevento rimane uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non bastassero a darci ragione del fàscino che esercitò su i contemporanei, ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. Pregi e virtù sopra tutto (come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novità e di ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, che rispondevano così bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai superati. Il nostro pubblico imparò a memoria quei larghi periodi come un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il poeta della prosa italiana.

III.

«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere di tutte le genti del mondo!» fremeva nella Battaglia di Benevento il Guerrazzi. E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo.

Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del cittadino si era andata formando più chiaramente nello scrittore, e lo scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere il cuor della patria. Per eccitar la sensibilità dell'Italia caduta in letargo, egli la feriva, «e nelle ferite infondeva zolfo e pece infuocati». Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro.

Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale egli scrisse L'assedio di Firenze fu uno dei più dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di pochi mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata nel cuore, l'unica donna che amò, e quando lo seppe, ne incanutì in una notte; gli mancò il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perdè in Carlo Bini l'amico più buono e geniale della sua giovinezza, e in Tommaso Bargellini il suo più tenero compagno d'infanzia; e finalmente perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasciò su le braccia, per solo retaggio, due orfani.