Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; perchè tutti pensano che la Francia ha compositori, artisti ed orchestre da vendere, e non sente alcun bisogno di noi.
Ma è qui appunto il mio grande sconforto.
Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy e Berlioz; ma nell'occasione della Esposizione Universale di quell'anno, volendo offrire al mondo la primizia di un'opera nuova sulle scene del suo massimo teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe Verdi.
Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il cuore!
Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penserà mestamente alla differenza dei tempi e degli uomini.
Facciamo anche noi quello che in questo momento farà Verdi colla sua grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli.
E sono al secondo punto capitale del periodo storico.
Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione Universale del 1855 a Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del soggetto.
Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole contrattempo per rendere il più alto omaggio alla nazione ospitale, scegliendo con ogni cura il più adatto dei soggetti.
Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana dello straniero.