Invece Verdi, anche nella maestosità di quel momento, non seppe tradire il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il soggetto dei Vespri Siciliani.

Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà di Verdi che volle avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava.

E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del proprio genio.

Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò colle armi i Vespri famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia. Ma quando nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuonò coll'arte sua divina i Vespri suoi, fu un grido d'esultanza per tutta la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana.

L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli scrupoli della storia e della politica.

Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale, sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo disperato al vuoto che oggi ne circonda.

L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè stessa, accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi.

E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre più di noi!...

Entro nell'ultima fase del periodo storico.

Un ballo in Maschera!