L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura, esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto, gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.
Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della redenzione della Patria.
E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo!
È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.
IL RISVEGLIO DEGLI STUDI
DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.
CONFERENZA DI GIROLAMO VITELLI.
Signore e Signori,
Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficoltà di quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle responsabilità che mi toccano; e se veramente fossi responsabile della conferenza, che vi toccherà udire, saprei anche addossarmi la responsabilità che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosità non arriva a tanto da rispondere di colpe così gravi, quando non sono colpe mie. Sarò generoso soltanto in questo, che non vi mostrerò a dito il colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei gentili ascoltatori.
Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete in questa sala in quest'anno, tutte più meno si sono contenute e si conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 al 1860. Ora, che cosa dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in così ristretto periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libertà, all'unità della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, nè vi doveva essere; o forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando alla «fioca lucerna» d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni, la lingua, la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli saprebbe trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi quello che già sapete, che una rondine non fa primavera, che un illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale investigatore di memorie antiche può lasciare orme indelebili del suo ingegno e della sua dottrina nella storia della scienza, ma non per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina e di genialità filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di Saffo e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto nel «natìo borgo selvaggio,» ma neppur nei grandi centri di cultura italiana quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero; e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo che muore, e che alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno già seppellito, un miracolo di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, e Napoleone III ne ordinò a spese della Francia la ripubblicazione delle opere preziose.
Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per dignità raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e degli avi nostri. Non io vorrò ridurre tutte queste affermazioni a vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende inesorabili laudatores del passato. Vi dirò, invece, che c'è qualche cosa di vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'età nostra, in questo biasimo severo contro la superficialità moderna; ma perchè si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e convincersi nonostante che, se di risveglio di studî classici dovremo parlare, ci converrà appunto cercarne le tracce in questi ultimi decennii, è indispensabile premettere alcune considerazioni generiche un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e fatti che generalmente si sogliono confondere.