La storia dell'antichità romana è storia della patria nostra, storia dei nostri diretti progenitori; e poichè questi nostri antenati, orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo ellenico, creatore di quella civiltà che sarà poi detta europea, anche la storia dell'antichità greca vi si connette indissolubilmente. Non è meraviglia perciò che, diradate appena le tenebre più o meno dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza della civiltà antica, il desiderio ardente che in quelle forme brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di vita nuova, che sogliamo chiamare «rinascimento».

Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso movimento fosse utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo è che in quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò mirabilmente il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del mondo. Ma io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e tanto meno per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della antichità classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno anacronistico alla civiltà, alla lingua, alla letteratura, alla vita dei Greci e dei Romani.

Basterà, del resto, dare uno sguardo, sia pure fugace, a quello che in fatto di lingua e di letteratura avviene in Grecia sotto i nostri occhi. I discendenti di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo lunga servitù a libera vita, vogliono attestare colla lingua e colle lettere la loro discendenza; e noi assistiamo attoniti ad un tentativo, che non possiamo dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, che ha la sua ragione di essere nella storia dieci volte secolare del popolo che la parla, per sostituirvi artificialmente la lingua di Demostene e di Senofonte, parole, forme e costrutti morti e seppelliti da migliaia di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo accarezzata una utopia analoga, in forma, se si vuole, senza confronto più grandiosa, più artistica, più bella; ma per diversità che ci fossero nel resto, il motivo psicologico non differiva gran fatto. Oggi questa tendenza anacronistica della riproduzione artificiale della vita antica è, altrettanto naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui esempi, e solo nel campo delle lettere, rimangono le epigrafi latine, i versi greci e latini; questi noi ammiriamo soltanto come attestazione di versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori classici, di squisitezza di gusto, ma nè autori ne ammiratoli pensano o sognano che si arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della letteratura nostra.

Ora, si pensi quello che si voglia del valore oggettivo della evoluzione umanistica dal trecento al cinquecento, rimarrà in ogni modo gloria imperitura dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, arricchito, raccomandato ai posteri il patrimonio intellettuale ed artistico dell'antichità classica, patrimonio che è diventato il fondamento più saldo, direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio a cui diamo il nome di civiltà moderna.

Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo italiano non si liberasse e non sapesse liberarsi dal concetto in apparenza grandioso, e in realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione artificiale; poichè dall'Italia stessa partì anche il doppio e fecondo concetto dell'antichità classica come vivificatrice delle nostre lettere, della nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità classica come argomento di studio indipendente da ogni determinata tendenza pratica, di studio a sè e per sè, di studio seriamente e scientificamente oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non rilevare queste benemerenze dell'Italia nostra, non posso nè debbo non rilevarle io: io ospite grato, e speriamo anche non sgradito, di questa Firenze dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima una scuola di filologia classica, maestro sommo e venerato Pier Vettori.

Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni, nei privati colloqui ho esortato, sarei per dire con fervore apostolico, i giovani fiorentini a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale che riportasse dinanzi al nostro pensiero viva l'immagine di quell'uomo, di quella scuola, di quei giovani ammiratori non meno della vita integerrima del maestro, che della scienza di lui; un libro geniale che dimostrasse, anche a quelli di noi che non vogliono intenderlo, come in tanto rinnovamento di scienza e di metodi la filologia del nostro tempo è pur sempre quella del celebrato fiorentino; un libro geniale, insomma, che sfatasse una buona volta la vieta leggenda, per cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi pretesero, e forse pretendono ancora, chiamarsi i rètori inverniciati di frasi greche e latine, gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità classica. Mi duole confessarlo, ma il mio fervido apostolato non ha avuto efficacia se non sulla tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte, che, se non altro, ha raccolto e pubblicato utili materiali di studio sul nostro grande filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini non garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto che hanno sdegnato le lunghe, difficili e pazienti ricerche, senza le quali i libri geniali non si scrivono.

In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto l'intuizione sicura dell'importanza grandissima degli studî classici, sia come sano e nutritivo elemento dello spirito moderno nella letteratura e nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come oggettiva e serena investigazione storica. Porterei vasi a Samo e nottole ad Atene, se credessi necessario dichiarare con esempi la mia affermazione rispetto all'indirizzo che dirò imitativo del classicismo italiano, sebbene la parola imitazione non risponda adeguatamente al concetto. Tutta la nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento dell'antichità classica; e se i meno dotati d'ingegno riuscirono spesso gretti imitatori, il genio dei nostri grandi seppe anche derivare dalle fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali nella grandiosità della composizione, nella plasticità delle immagini, nel colorito smagliante della elocuzione e dello stile. A porre in luce meridiana questo benefico influsso del genio antico sulla poesia e sulla letteratura nostra, molto prima che cominciasse l'affannosa e febbrile investigazione delle memorie classiche, provvide il poeta fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui aumenta la gloria quanto maggiore è la cura con cui si rintracciano le fonti classiche, non del «bello stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di ogni sua più mirabile concezione poetica.

E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia vale, essa dovrà valere indubbiamente a farvi diffidare di una certa moderna dialettica che si affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo spirito dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a me ingegno e dottrina per sottoporre a serio esame questi aforismi modernissimi nel campo della scienza, della morale, della religione. Ma quale è, di grazia, quale è la forma moderna d'arte che non abbia radice, e radice tuttora vegeta, nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di grazia, il gran concetto giuridico moderno che non sia vivace rampollo dell'albero maestoso del giure romano? A qual mai progresso intellettuale o morale la sete del sapere degli Elleni e il senno pratico dei romani furono di ostacolo? Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria, la pedanteria di alcuni ammiratori dell'antichità agli spiriti magni della antichità stessa, anzi al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. Io auguro, dunque, al mio paese, che ancora per lunga serie di secoli i suoi poeti e i suoi dotti giureconsulti, gli scenziati e gli artisti nel più lato senso della parola, ricorrano incessantemente a ritemprarsi lena e vena nella scienza e nell'arte antica, nella rigogliosa umanità antica; e sappiano farlo non meno bene di quanti da barbari in grazia di essa divennero civili, e la energia nativa correggendo su quei sacri modelli, divennero essi stessi modello di operosità feconda a noi, che beatamente ci adagiammo nella persuasione che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per sè e per noi!

Col nobile intento di richiamare gli italiani alla cultura classica, ha da pochi anni vita in Firenze una Società che tutte le persone colte dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe il desiderio rimanere soltanto platonico. Solo per opera di una grande società siffatta si potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa delle assemblee politiche e dei gabinetti dei ministri. E non soggiungo altro, poichè non può essere oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui per cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza estranei a quello che debbo trattare: giacchè io credo di dovervi parlare soprattutto della scienza dell'antichità classica come disciplina a sè, abbia o non abbia stretta attinenza colla cultura generale italiana. Ma, sarebbe vano negarlo, anche questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia nazione del mondo, in quanto tra quella nazione è larga ed estesa la cultura generale donde la scienza muove. Anche qui la storia viene in nostro aiuto a farci toccare con mano che ogni grande e vero progresso della scienza dell'antichità classica si è verificato appunto dove e quando la cultura generale classica fu più estesa e più intensa; e viceversa dovunque il classicismo non fu largamente in onore come strumento di educazione, colà fu anche meno abbondante e salutifero il frutto della scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia. Essa c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione fra la civiltà, la cultura, la lingua, la scienza greca e romana, che opera vana tenterebbero quelle nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di questa connessione intima, credessero di portare un contributo largo ed importante alla investigazione scientifica o storica di una parte sola dell'antichità classica. Io non conosco nessun grande latinista, italiano o straniero, dell'età nostra o delle precedenti, che non sia o non fosse in grado di trattare filologicamente i monumenti, gli scrittori, le fonti elleniche; e non so neppure di alcun grande ellenista digiuno di erudizione e di scienza latina. So, è vero, di un valentuomo (non italiano!) del nostro tempo, il quale, essendo egli profondo latinista, non dubitò di affermare che latinisti a preferenza erano stati i corifei della nostra scienza. Ma l'affermazione è certamente falsa, perchè io in coscienza non saprei dirvi davvero se, per esempio, Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più latinisti o grecisti, e perchè potrei addurre una bella schiera di grandi grecisti che non dimostrarono egualmente al pubblico la loro scienza di cose latine. Ma non mette conto di perdere del tempo a dimostrar vana un'affermazione che evidentemente ha origine dalla vanità del latinista che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista valente. Pur troppo, come vedete, neppur la filologia classica è preservativo efficace contro la vanità. In confidenza, vi dirò persino che i filologi classici sono spesso anche più intollerabilmente vani degli altri.

Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, anche teoricamente, quanto impossibil cosa sia tener distinto il lavoro scientifico nell'un campo, greco o romano, dal lavoro scientifico nell'altro. Scienza ed arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e scienza greca: pretendere di capir quella senza capir questa varrebbe presso a poco quanto illudersi d'intendere l'umanesimo del rinascimento senza conoscere quell'antichità che l'umanesimo consapevole o inconsapevole cercava di riprodurre. Si potrebbe forse comprendere adeguatamente la produzione intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni modo procede per vie affatto sue anche quando dal di fuori trae l'origine; si potrebbe forse comprenderla adeguatamente, se completa e in tutte le sue manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è giunta in frammenti, grandiosi frammenti se volete, ma frammenti, spesso da rintracciare in fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei Greci sappiamo e possiamo investigare a traverso i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane, e vi accorgerete subito che quella meravigliosa statua mutila, simbolo dell'antichità ellenica, voi avrete più barbaramente mutilata.