Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali, possiamo e dobbiamo augurarci che da tale vandalismo l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei quali, come dice il poeta, infinita è la schiera, non si farebbero mai tra noi paladini esclusivi di studî greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto assurda persuasione della possibilità di un classicismo italiano fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità e di romanità. Ho detto persuasione, ma tale io non credo che sia: è piuttosto la solita tendenza a blandire le turbe infinite che vogliono bensì penetrare nell'aristocratica ròcca del classicismo, ma naturalmente vogliono anche che sia più alla portata degli inetti questo titolo di nobiltà. Ebbene, noi non abbiamo bisogno di sperimentare questo classicismo che è stato detto «a scartamento ridotto»; lo abbiamo già sperimentato per secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica ammirazione Pier Vettori e la sua scuola, ma è doloroso dovere aggiungere che, estinto quell'uomo e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in Italia si aggirò fatalmente in un àmbito sempre più ristretto. Scienza e conoscenza di lingua e di cose greche andò a mano a mano scomparendo; antiquaria romana e retorico umanesimo latino furono sino all'età nostra unico residuo di un movimento scientifico iniziato animosamente, e coronato nel suo inizio da splendido successo. Voi sapete ormai che non voglio nient'affatto parlarvi di persone. Non mi opporrete perciò quella mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini che dal seicento ad oggi lavorarono felicemente nel campo greco. Non vi abbiate a male se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete Voi; ma essi sono quasi addirittura estranei al movimento scientifico del nostro paese, nè fu merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte ricerche entrò a far parte del patrimonio della scienza.
L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e ci rimane il rimorso di averla fatta durare troppo a lungo. Quali resultati se ne siano avuti, lo sappiamo. Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, per tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui la nativa prontezza di ingegno, la conformità grande di sentimento e di attitudini con la vita civile degli antichi, la tradizione infine e la storia la avrebbero chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo una vuota declamazione retorica, demmo nome di storia a compilazioni di aneddoti, a frasi reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità demmo il nome di erudizione.
Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse incessantemente in luce monumenti, opere d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri studiosi a un indirizzo positivo di investigazioni e ricerche; e avemmo così epigrafisti e antiquari di molto maggior valore che per le condizioni delle altre discipline filologiche avremmo avuto diritto di aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto nella seconda metà del nostro secolo, vale a dire dacchè gli studi classici greci sono tornati in onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono più misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni persona colta non dirò che legga Sofocle e Omero, ma almeno ha acquistato la convinzione che leggerli e intenderli non è curiosità oziosa di gente oziosa. Non sono per verità tanto ingenuo da attribuire così meravigliosa efficacia alle declinazioni e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi imparano nelle scuole. Ma non si tratta già ora di farvi vedere quanto di più e di meglio sarebbe possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere un fatto innegabile. Noi italiani di punto in bianco abbiamo, dopo lungo abbandono, riconosciuto di nuovo il genio classico greco come elemento indispensabile di alta cultura generale, abbiamo modificato le scuole in questo senso, e secondo questo concetto, abbiamo improvvisato dei maestri che questo concetto attuassero, e in poche diecine di anni ci siamo messi anche in grado di lavorare, di contribuire modestamente, e sia pure modestissimamente, alla scienza della antichità classica. Non ignoro quali e quanti siano gli altri coefficienti di questi risultati, la ridestata coscienza nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli studî affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci faceva ignorare e disprezzare dottrine e scienze forestiere; ma questo vuol dire soltanto che per le progredite condizioni intellettuali del paese ci siamo finalmente avvisti che anche la nostra cultura classica era difettosa, e ci siamo studiati di farla completa con l'ellenismo, e l'ellenismo le ha dato quel vigore e consistenza scientifica che aveva per secoli miseramente perduta.
Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione, promossa da spiriti illuminati anche prima della metà del secolo, ma sorretta solo più tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, dalla sapienza dei governanti. Anche prima del fatale anno 1848 la Toscana aveva in Pisa una istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi dal punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi che, ricchi di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono prima del '59 la larga educazione scientifica di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più tardi, ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione avessero essi di dolersi che il tempo della loro balda gioventù andasse consumato miserevolmente a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è pur vero che da quella scuola, perfino in quegli anni non felici, provennero molti di coloro che senza confronto meglio di tanti altri poterono contribuire utilmente alla trasformazione delle nostre scuole e spianare la via a noi altri allora giovanetti, che, compiuta la unità d'Italia, avemmo in essi i nostri maestri, e non di greco soltanto.
Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana, vogliate supporre che io dimentichi la efficacia della legislazione scolastica piemontese, estesa con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo un ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto si vuole, ma di gran lunga più razionale e più largo che non usasse nelle scuole multiformi del resto d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che essa meritava, è anche giustizia riconoscere che troppo più difficile sarebbe riuscito alla Italia nuova rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco delle nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto non ci fosse venuta una schiera di valentuomini, cui la tirannia politica non aveva spento in cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università di Vienna aveva messi in grado di sapere per quali vie e con quali mezzi tornerebbero gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo di cultura che era sembrato per secoli più che altro svago innocente degli spiriti, strumento semplicissimo per darsi aria di letterati finamente colti, infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il discorso. Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, come meritano, gli uomini che più direttamente promossero con l'insegnamento e con l'esempio gli studi italiani di antichità classica. A noi, che in tanta parte della nostra vita pubblica troviamo ragioni di sconforto, di scoramento, di dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito, di proclamare cioè che, se in complesso il classicismo italiano è ancora meschinello rispetto alla Europa civile, esso è grande rispetto alla vecchia Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine possiamo smentire, per questa parte almeno, l'antico poeta: l'età dei padri nostri portò noi non peggiori, ma migliori di essi — senza ingratitudine, perchè è merito dei padri nostri aver create quelle condizioni di vita civile che resero possibile a noi di metterci sulla via abbandonata da secoli e trionfalmente battuta da quei popoli ai quali noi primi l'avevamo additata. Quale è dunque l'augurio nostro per i nostri figli? Che essi continuino a smentire la sentenza pronunciata dal poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino le enormi lacune del nostro sapere, siano liberi dai pregiudizi che arrestarono noi a mezza via, facciano dimenticare i nostri timidi tentativi, siano emuli degni degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener dietro appena faticosamente e «longo intervallo;» sia lecito ad essi non essere equanimi verso di noi, sieno ingrati, ma sieno migliori di noi. All'esperienza nostra, però, vogliano pure ricorrere per amoroso consiglio. Sapremo dir loro quello che non abbiamo saputo far noi; sapremo soprattutto dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in grado di non sciupare l'ingegno per vie tortuose o senza uscita, sapremo raccontare con la esperienza, con la vivacità, e, spero, anche con la veridicità del testimone oculare la storia dei nostri studî in questi quarant'anni di vita italiana.
Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti vengano a chiederci questi consigli e ad ascoltare questo atto di contrizione nostra e questa storia, io mi confesserò sinceramente con voi — siamo nella settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato evitare una incomoda confessione speciale dei peccati miei, esclusivamente miei, e posso presentarvi la confessione generica degli Italiani del mio tempo, molto a buon mercato, come vedete, mi pongo in regola col santo precetto, tanto più che, dopo tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a Voi. Se nella età che precedè immediatamente il nostro risorgimento nazionale, l'Italia fosse rimasta miseramente indietro soltanto in fatto di studî classici, e nel resto avesse conservato importanza notevole rispetto alle principali nazioni civili, anche la scienza dell'antichità classica avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore, e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo allo stadio produttivo; ma a noi mancavano quasi totalmente i mezzi per iniziare un lavoro scientifico, mancava la conoscenza più elementare della letteratura dell'argomento: letteratura enorme, frutto di trecento anni di studi assidui, di ostinate ricerche di Francesi, Inglesi, Olandesi e Tedeschi, soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine di tempo, avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro della scienza della antichità classica, l'avevano meravigliosamente promossa in ogni disciplina, ne avevano disposte le parti, le avevano dato forma e carattere di vera e propria scienza. Che in tali condizioni un italiano di alto ingegno anche senza educazione e senza preparazione metodica potesse prendere parte attiva e contribuire efficacemente alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io, che so come e quante volte la ipotesi sia stata realtà. L'alto ingegno sa prescindere da condizioni anche indispensabili; ma, come ho già detto, non sono singoli e isolati uomini d'ingegno quelli che determinano il movimento scientifico del loro paese. Ai più parve, e non poteva non parere, che dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli strumenti del mestiere; e gran parte della attività nostra fu rivolta a impratichirci di lingue straniere, del tedesco principalmente, e a renderci familiari i manuali, le monografie straniere, principalmente tedesche, e lo facemmo in molti; e la generazione mia ebbe meno difficoltà a farlo che non ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli altri ci ridemmo della nomèa di tedescanti, della quale i vecchi, meritamente e immeritamente autorevoli, ci gratificarono. Opera egregia e proficua fece allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni microscopiche, alla diffusione in Italia di libri stranieri, chiunque fece conoscere studi e metodi a cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui l'Italia li aveva lasciati tre secoli innanzi. Onore e riconoscenza si deve a tutti quei valentuomini che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono a poco a poco a mettere in contatto diretto la gioventù italiana con la filologia tedesca: e credo che per parecchie altre scienze si debba e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti del loro paese furono quelli che secondarono con ardore questo impulso, e ben presto avemmo una schiera di non indotte persone, capaci di fare altrettanto, e lo fecero, magari con più ardore, e continuarono ancora quando forse sarebbe stato possibile e desiderabile qualche altra forma di operosità letteraria.
Ho promesso di essere sincero, e lo sarò anche a costo di sembrare esclusivo, perchè ho la coscienza di non essere esclusivo, e delle apparenze non soglio darmi gran pensiero. La scienza della antichità classica è scienza enormemente complessa, è scienza della vita greca e romana in tutte le sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili, religiose, politiche, morali ecc.; mirabilmente varie attitudini esige da chi voglia abbracciarla tutta, e forse non è ancora nato chi nel vero senso della parola tutta la abbia posseduta. Negli individui essa è piuttosto aspirazione che possibilità realizzabile, ma povero quell'individuo che tale aspirazione non abbia, che nelle ricerche speciali e minute perda di vista e disprezzi la scienza del tutto! I tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi dalla metà del secolo scorso alla età nostra un'ingente massa di studiosi educati allo stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti e idealisti per qualità di razza; è addirittura miracolosa la tenacia con cui generazioni di dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie, di analisi, di inventario, di pura statistica, di lessicografia, di grammatica. Onde avviene che oggi il giovinetto tedesco, solo perchè tedesco, in condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei per dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione formale che noi siamo ancora costretti ad esigere esclusivamente dalla scuola, da una scuola che forse essa stessa non darà mai tutti i frutti della scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco sia portato alla costruzione sistematica, e debba quindi preferire nelle scienze quelle discipline che della scienza sono piuttosto il coronamento che la base, nonostante è relativamente raro il caso che i giovani trascurino quella preparazione formale, la quale permette loro di affrontare tutte o quasi tutte le difficoltà della speciale disciplina a cui si dedicano; per non dire poi che anche oggi, cioè in un'epoca di reazione contro la filologia formale, anche oggi è sempre e quasi esclusivamente tedesca anche la produzione filologica fondamentale sulla quale edificano lo storico della letteratura e della scienza, l'archeologo e il giurista, il linguista, ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi i resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche sembrano più facilmente guidarci alla scienza. Ognuno capisce che se rivolge le sue cure a studiare, poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne le fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a cercare di determinare nei più minuti particolari i caratteri di lingua e stile dell'autore, a proporsi insomma come principale intento di una intera vita di studioso la critica e la esegesi di Plinio, ognuno capisce che così facendo non gli rimarrà tempo per illuminare del suo genio tanta altra parte della antichità classica; e perciò invece di studiare Plinio, mal si resiste alla tentazione di far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto più che non è estremamente difficile a quattro opinioni diverse opporne con qualche verisimiglianza una quinta, ricavata per eliminazione dall'esame delle obiezioni già fatte da altri alle prime quattro. Poniamo anche — ed è temeraria ipotesi — che questa quinta opinione sia la vera, e passi nella scienza col nome italiano: ma Plinio rimane nonostante monopolio della filologia tedesca.
Or non è esagerazione dire che buona parte della nostra produzione scientifica prenda le mosse non dallo studio immediato e diretto delle fonti, ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico sulla discordia degli altri. Sarà anche vero che i tedeschi abusino della parola Gründlichkeit, con la quale indicano appunto la tendenza amorosa e ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il coraggio di dire che essi abbiano sempre torto, quando ci rimproverano appunto difetto di Gründlichkeit, difetto tanto più pericoloso in quanto spesso e volentieri si accompagna a una curiosa forma di orgoglio nazionale. Nella scienza dell'antichità, si dice, c'è posto per tutti. Il lavoro minuto e paziente non è per noi, che generalmente abbiamo ingegno e fantasia da vendere e da donare. Fuori d'Italia ci preparano e ci sbozzano la materia greggia, in Italia la metteremo in opera, lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente sciocchezza siffatta neppure gli stolti si arrischiano ad enunziarla così come ho fatto io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur troppo lo stesso concetto traspare talvolta anche dalle parole di persone non stolte che si sono illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di scuola italiana di filologia classica, quando questa scuola non dia essa l'indirizzo alle discipline fondamentali della scienza. Non temete che io voglia trattenervi a lungo su questo punto, che pure è di vitale interesse e meriterebbe ampia trattazione. Mi basteranno per oggi quattro parole, ma alla buona anche queste, e saranno sufficenti, oso dire, perchè voi vi uniate a me nel combattere tale assurda tendenza.
La scienza dell'antichità classica è un complesso di sapere storico, è storia dell'antichità classica: ha quindi base e fondamento in testimonianze storiche, non in concetti della nostra mente. Queste testimonianze storiche sono le fonti della scienza, e si riducono a due categorie principalissime: monumenti scritti e monumenti non scritti. Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti, degli storici, dei filosofi, le iscrizioni pubbliche e private, le leggende delle monete ecc., e dall'altra parte i frammenti superstiti delle opere d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di uso comune e così via. I monumenti non scritti, che si potrebbero dire monumenti muti, sono spesso di gran lunga più eloquenti di tutti gli altri. Un fregio del Partenone vi dà dell'arte antica un'idea ben più viva ed esatta che non qualsiasi descrizione a parole. Ma la interpretazione, la classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti è impossibile, senza il sussidio costante dei monumenti scritti. Sopprimete, ad esempio, il libro di Pausania, e domandate agli archeologi quanta parte della loro scienza scompare. I documenti scritti sono dunque in primissima linea le fonti della storia dell'antichità classica, ma queste fonti non sono già qualche cosa di fisso, d'immutabile. Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o limacciose, a seconda del lavoro buono o cattivo, che si è fatto, dirò così, nella cava di presa. È lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto quel che volete, ma beverete acqua torbida se il lavoro non sarà fatto a modo. Ora, tutto questo lavoro è nelle mani dei tedeschi da un secolo in qua. In buona parte la materia prima viene distribuita dai tedeschi al mitologo, all'archeologo e così di seguito. E c'è chi crede si possa imprimere la marca di fabbrica italiana alla storia greca e romana, alla storia letteraria, alla mitologia, alla archeologia, finchè questa condizione perdura, finchè è elaborazione tedesca il Livio e il Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate, il Pausania che vi guida nelle vostre indagini archeologiche. Eppure quelli che tra noi hanno tenacemente combattuto per questo concetto così evidentemente vero, che cioè gl'Italiani stessi debbano sfruttare i tesori delle loro biblioteche, e mirare principalmente a impossessarsi delle fonti e imparare a prepararle per l'uso scientifico; quelli che hanno modestamente dimostrato come si possa e si debba riuscirvi, sono chiamati pedanti, e chi tali li proclama, trova persino appoggio in persone di senno.
Signore e Signori, io mi sono messo per una via per cui agevolmente potrei continuare parecchie ore con molta soddisfazione mia, con molto tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione mia, e concludere anche senza aver poste e senza aver dichiarate tutte le premesse. Gli studi classici in Italia si sono ridestati dal 1860 in qua, abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta produzione scientifica. Si può anche aggiungere che abbiamo nei vari rami della scienza dell'antichità un numero notevole di opere di grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il nome italiano ricompaia degnamente anche in questo ordine di indagini scientifiche. Ma conviene ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio del risveglio è un po' in proporzione del lungo periodo di sonno, un po' di torpidezza occupa ancora il nostro spirito, non abbiamo ancora una visione esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni ministeriali di tanto in tanto ci risospingono nella inerzia, se non addirittura nel sonno. Il caldo sole d'Italia trionferà di questi umidi vapori, e fra cinquant'anni si potrà, magari in questa stessa sala, affermare con verità che nella investigazione della antichità classica il nostro paese tiene gloriosamente il posto d'onore, il posto che merita. Per ora bisognerà contentarsi di affermazioni molto più modeste; e forse non troppo immodesta troverete la speranza mia che, parlando del risveglio degli studî classici, io non abbia risospinti nel sonno i miei gentili uditori.