Eugenio, non ostante il suo iniquo contegno verso gl'Italiani che eroicamente avevano combattuto al suo comando e serenamente erano morti gridando (testimonianze lo affermano) «Viva l'Italia!», ritornava con nuova aureola di gloria, specie per aver guidato la più ardua delle ritirate con le picche dei diabolici cosacchi inseguitori alle reni. Era ammirato dai competenti nell'arte del combattere; ma, nemmeno per lui, simpatia; simpatia rimasta quasi incolume, invece, per la consorte Amalia Augusta, figlia del re di Baviera, benchè adesso biasimata perchè a Corte si lascia guidare sempre più dai cenni della propria dama di compagnia, donna senza cultura, rozza, tedescamente pedante, nobilitata col titolo di baronessa di Wurbms e arricchitasi fuor di misura, non si sa come. I ritrovi vicereali si svolgevano sempre compassati, freddi, in causa dell'inevitabile presenza di lei;[84] poi divennero cupi; quindi furono sospesi del tutto.
Amalia Augusta era madre di tre leggiadre fanciulle, suo conforto nella caduta che l'attendeva.
Alla maggiore, Giuseppina Massimiliana, Napoleone conferì il titolo di principessa di Bologna, e le regalò in più il ducato di Galliera con la mira palese di premiare il padre suo della costante, piena devozione.
Ma come mutano le sorti! Chi ricorda più ora le acclamazioni al «successore di Carlo Magno», come Napoleone si vantava di essere? E chi, a Milano, ricorda più il sabato grasso del 1812, quando gli ufficiali della Guardia reale apparvero in una mascherata di vari carri, sull'ultimo dei quali sorgeva un'altissima torre, in cui un soldato, camuffato da chinese, sventolava una bandiera tricolore? Presso la piazza de' Mercanti, quel disgraziato precipitò e rimase cadavere. Parve un presagio. Il popolo lo diceva allora: lo rammentò poi.
Napoleone, dinanzi ai rovesci, non posava: al contrario, raddoppiava di energie. Dopo tanta ecatombe d'uomini, indisse nuove leve ed ebbe nuovi soldati quanti ne volle; e raccolse a forza laute oblazioni, segnatamente nel dipartimento dell'Olona, dove i nomi dei ricchi che potevano offrirle sarebbero stati pubblicati, e li pubblicò il ministro della guerra e della marina, generale Fontanelli.
Ma le infedeltà micidiali eran previste, e non tardarono a scatenarsi.
La Prussia piantò Napoleone alleandosi con gl'Inglesi, che occuparono l'Olanda, e con la Russia. La Svezia la seguì. La Baviera si unì all'Austria. Nella sanguinosa battaglia di Lipsia, detta la «battaglia delle Nazioni», durata tre giorni 16, 18, 19 ottobre 1813 contro il giogo napoleonico, i Sassoni e i Würtemburghesi passarono dal campo francese al nemico. Napoleone rimase sconfitto e, intanto, in Italia, il principe Eugenio veniva respinto dagli Austriaci sull'Adige. Tutta, tutta la Germania sorse, allora, in nome dell'indipendenza contro il Despota invasore; e fu allora che vibrò il Canto della spada di Teodoro Körner, il Tirteo tedesco, la cui eroica memoria fu onorata poi dal Manzoni con la dedica dell'insuperata ode storica Marzo 1821.
I collegati si divisero in tre vasti eserciti. Napoleone, volando or qua or là, battè ora questo, ora quello; e non fu mai così grande soldato. Ma dove non piombava quel fulmine di guerra, i nemici avanzavano. Gl'Inglesi entrarono a Bordeaux, gli Austriaci in Lione, e tutti marciavano contro Parigi, che aperse le porte. Il Senato di Francia, scossa alfine la servile livrea, proclamò Napoleone tiranno e gli strappò il trono di Francia; proclamò re Luigi XVIII, fratello dello sventurato Luigi XVI. Cose ben note; ed è ben nota la tragica scena shakesperiana di Fontainebleu dove Napoleone rinunciò alle corone di Francia e d'Italia, serbando pel proprio esilio un'isola italiana: l'isola d'Elba. Nel viaggio dovette subìre volgari oltraggi dal popolo. Ad Orgon la popolazione aveva preparato un fantoccio imbrattato di sangue fornito da un macellaio con al collo un cartello su cui era scritto: «Bonaparte». E, quando la vettura dell'ex-imperatore giunse, lo si issò ad un ramo d'un albero della piazza. Napoleone fu costretto dalla folla a scendere dalla vettura e assistere alla propria impiccagione in effigie, mentre la turba attorno a lui gridava, fischiava, batteva le mani.
Un contadino tarchiato, osò prendere Napoleone pel bavero, scrollarlo e gridargli in faccia: «Viva il Re». La cronaca del tempo raccolse il nome di colui: si chiamava Durel.
Le truppe francesi, che si trovavano nel Regno italico, vennero richiamate in Francia; e fu allora che un veemente sonetto di Carlo Porta parve il compendio di tutti gli odii suscitati in tanti anni di dominazione dai Francesi, specialmente per il loro superbo disprezzo verso Milano; disprezzo rintuzzato, in altro sonetto, dallo stesso poeta.