E la ritirata, che il 30 ottobre fu generale, si risolse nella più disordinata e lagrimevole tragedia che la storia ricordi: orribile e grottesca. La contessa di Choiseul-Gouffier, che si trovava a Wilna quando ai primi del dicembre 1812 entravano gli avanzi del distrutto esercito imperiale, e altri scrittori del tempo raccontano le mostruose carnevalesche foggie con cui si erano camuffati i fuggiaschi, avvolgendosi delle vesti rubate a Mosca dalle case e dalle chiese. Alcuni erano avviluppati in piviali, altri in vesti da camera imbottite, con cappelli da signora sul capo; alcuni brancolavano o cavalcavano come gli spettri della nordica leggenda, avvolti in lunghi neri mantelli funebri. Napoleone era tutto infagottato in una ricchissima pelliccia e celava la fronte con un colossale, teatrale berretto di pelo. Egli fuggì, quasi di nascosto, sotto il nome di «Duca di Vicenza», in slitta, verso Parigi, mentre avveniva il micidialissimo passaggio de' suoi sulla Beresina, nella quale annegarono 136,000 infelici.

Il 3 dicembre Napoleone lanciava il 29º bollettino della Grande Armata, spietato bollettino che narrava lo sterminio, e che a Milano e in tutti i punti d'Europa strappò le più atroci maledizioni!... Dopo di avere accusati come deboli e inetti gli sventurati caduti per lui e che pur l'adoravano, terminava con le parole: «La salute di Sua Maestà non è mai stata migliore», — e ciò per ismentire la voce corsa della sua morte in battaglia.

Fu ben diverso il principe Poniatowski. L'anno dopo, al domani della battaglia di Lipsia, incaricato di proteggere l'esercito, si slanciò nell'Elster e scomparve nelle onde, piuttosto che arrendersi.

I Russi, secondo i loro scrittori, perdettero centomila uomini durante la loro ritirata da Mosca.

Dell'enorme intero esercito, formato con 613,600 uomini, se ne contavano 94,000 superstiti, dei quali soli 30,000 validi; gli altri rimasti senza piedi per il gelo, per la cancrena, o infermi; vite spezzate. I reduci narravano ancora esterrefatti particolari abbominevoli o macabri. Di notte dormivano spesso abbracciati l'un l'altro per riscaldarsi, e, svegliandosi, più d'uno trovava avvinto a sè un cadavere. I cavalli caduti (di 176,850 cavalli solo un migliaio salvi) venivano sbranati, e s'immergevano piedi e mani nelle viscere sanguinose per riscaldarsi alla peggio. I mille cannoni rimasero sulle nevi della Russia, tutti; e i 15,000 carri tutti perduti. E intorno alle schiere italiane, che in ogni combattimento spiegarono sì magnanimo valore, il barone Zanòli, segretario generale del ministro della guerra del regno d'Italia, accuratissimo, segna nella sua storia questi funebri dati: «Uomini partiti, 27,397; ritornati, 1000. Tutti gli altri, morti e prigionieri in Russia.»

Ma i pochi italiani compirono un gesto bellissimo. Ritornati, riportarono a Milano incolumi le aquile dorate, che Napoleone aveva affidate nel 1805, con giuramento, al generale Lechi, allora comandante dei granatieri della Guardia reale. E il Lechi, nel 1848, offerse con eloquente discorso le aquile a re Carlo Alberto, perchè le custodisse nell'Armeria reale di Torino, a perenne testimonianza della fede italica, del cuore dei soldati degni di combattere per la patria.

XIX.

Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi.

Milano, appreso lo spaventoso disastro di Russia, piombò nel lutto. Per le vie s'incontravano volti pallidi di dolore e d'ira. Nelle case, donde, ebbri di ardore guerriero e di balde speranze eran partiti giovani fiorenti, rimasti, pur troppo, vittime oscure della catastrofe immane, piangevano madri desolate, padri, famiglie intere. Lampi di false lusinghe, speranze di prossimi, o pur remoti ritorni dei loro cari, creduti prigionieri o dispersi nelle solitudini russe desolate, avvivavano ad ora ad ora i cuori angosciati; poi ritornavano le angoscie, le tenebre.

Gran numero di famiglie del popolo operoso, di famiglie borghesi e nobili sentivano ormai avversione profonda, odio verso Napoleone. I commerci erano interrotti, le tariffe onerose, le imposte esacerbate, le sopraffazioni innumerevoli.