A Semenoffskoie, il 111º fu assalito, ma il superbo reggimento nostro non indietreggiò; la lotta arse a corpo a corpo. Eroiche pure le masse russe, accese dalla santità della loro causa patriottica e dalle parole animatrici dello Czar.

La neve cadeva a falde immense sulle pianure funeree. Il numero dei morti di gelo cresceva, cresceva. D'un tratto, si vede una vettura chiusa, nera, aprirsi a stento la via fra la neve alta. Attraverso ai cristalli, alcuni soldati, tremanti di freddo, credono di scorgere il profilo tagliente di Napoleone. «È lui! — Non è lui! — Sì, è lui!» gridano, e lo vedono mezzo sepolto in una folta pelliccia. Altre volte sarebbe stato un urlo d'entusiasmo nel vedere il glorioso. Ora è un urlo di sdegno. Napoleone non si turba; ma discende dalla vettura e va a piedi.

Il gelo segna 28 gradi. Una notte, trentadue granatieri d'una schiera stramazzarono morti gelati, mentre aspettavano l'ordine di marciare, narra il capitano dei veliti De Laugier, nella citata sua storia Gli Italiani in Russia. I cadaveri lasciavano la traccia del cammino degl'inutili eroi: la neve li seppelliva. E fame, fame....

Il medico capo degli ospedali militari prussiani, De Kirckhoff, che seguì la Grande Armata, in un libro ormai raro diffusamente descrive, con osservazioni originali, le mortali malattie che miseramente decimavano le schiere napoleoniche: ha parole affannose, insolitamente affannose in un medico (ma egli era anche un filantropo vero), sullo stato miserando dei feriti. «Quanti infelici feriti vagavano pei campi devastati, egli scrive, e invano cercavano un asilo o un aiuto! Una folla di feriti giacevano abbandonati sul campo, privi d'ogni soccorso, esposti al rigore della stagione, estenuati dalla fame, dai tormenti e dalla perdita del sangue, che sgorgava dalle loro lacere membra, mancanti pur d'acqua per estinguere la sete, mandando spaventevoli urli, le più strazianti grida e implorando la morte, sola consolazione che mai potessero sperare. La chiesa di Borodino e il vasto convento di Kolotsköe e gli edifici sorgenti in giro al campo di battaglia erano pieni zeppi di feriti; ivi gli infelici giacevano ammonticchiati sul suolo e la maggior parte senza paglia, in preda alle privazioni d'ogni genere e senza il menomo modo di attenuare i loro mali; e dappertutto dov'erano relegati non si vedeva che terrore e disperazione. Parecchi di essi, trattenuti negli edifici invasi dal fuoco, perivano fra le fiamme».

E, intanto, Napoleone si adirava perchè, per un raffreddore, aveva perduta la voce ed era costretto a scrivere lui stesso, anzi che dettare, gli ordini di nuove inutili stragi!

Una data particolare nella storia è il 15 settembre 1812. Giorno dell'incendio e del saccheggio di Mosca, l'antica venerata capitale: incendio appiccato dai russi, per comando del governatore Rastopcin, alle case di legno, di cui era quasi tutta formata la vasta città; e saccheggio, al quale le truppe napoleoniche s'abbandonarono affamate. Napoleone lasciò in fretta il Kremlino e ordinò al maresciallo Mortier, duca di Treviso (ucciso poi nel 1835 dalla macchina infernale del côrso Fieschi contro re Luigi Filippo), di farlo saltar in aria nel timore di essere accerchiato dalle fiamme, che già distruggevano con stridii e tuoni i depositi di combustibile e gli edifici vicini. Le case divennero fornaci.

«Qual mai aspetto d'orrori! — esclama il De Kirckoff. — Il fuoco è ai quattro angoli di quell'antica città, culla dell'impero russo. L'incendio, aiutato da impetuoso vento, estende il furore suo con una spaventevole rapidità ai quartieri, che presto son cenere.»

Gli abitanti erano fuggiti; non rimanevano che alcuni moscoviti spaventati, nascosti nelle case che ardevano. Al sepolcrale silenzio nel quale era immersa la città all'entrare baldanzoso dei francesi, seguirono lunghi lamenti, urli di terrore. E i soldati napoleonici, affamati, entravano nelle case per saccheggiarle, e si trovavano di fronte ad altri saccheggiatori, ceffi da galera: i condannati, i malfattori, ai quali Rastopcin aveva aperte le carceri col patto che abbruciassero tutte le case di Mosca; a tal fine aveva fatto distribuire a loro miccie impeciate. Avvenivano conflitti da belve. Gli ospedali in fiamme, i malati carbonizzati. Quadri e mobili preziosi in cenere. Fra le vampe, i soldati scendono nelle cantine dei ricchi, le spogliano dei vini, s'ubriacano. Così gli ufficiali. La grandezza epica di prima diventa abbiettezza.

Il colonnello Pion des Loges, in certe sue Memorie, racconta particolari che farebbero ridere se non avessero per isfondo il quadro più tragico. Artiglieri, avvezzi all'inferno delle scariche, saccheggiarono allegramente una bottega.... di confetti; e ne uscirono con ceste colme di dolciumi....

«I reggimenti (racconta quel francese) erano totalmente sbandati; si vedevano da tutte le parti ufficiali e soldati ubriachi, carichi di provviste rubate dalle case in fiamme. Le strade erano ingombre di libri, carte, stoviglie rotte, mobili e abiti di tutte le foggie. Le numerose donne che avevano seguito la Grande Armata facevano bottino con avidità incredibile, per prepararsi una scorta che ci avrebbero fatta pagar cara nella ritirata. Le si vedevano cariche di recipienti colmi di vino, liquori, zucchero, caffè; altre ammassavano ricche pelliccie, sulle quali dovevano poi fare così lauti guadagni durante il tragico ritorno».