Varcando il Niemen le truppe italiane gittavano alte grida di gioia. Gli Italiani, riscossi dalle mollezze, dal torpore secolare, rinascevano adunque al valore delle armi, invocate un dì da Nicolò Machiavelli per la forza e per il decoro d'Italia! Ma non combattevano per l'Italia.

Eugenio, il vicerè, istigato dal generale Anthourd, suo aiutante, il quale disprezzava tutti coloro che non erano francesi, si mostrò talvolta ben ingiusto e mascalzone verso i nostri!... Il 19 luglio 1812, a Dokchsizy, per una questione di biscotti (la fame infieriva), osò dire agli Italiani: «Se non siete contenti, ritornate pure in Italia, chè nulla m'importa di voi; nè temo le vostre spade più dei vostri stili!»

A Malo-Jaroslawetz le truppe italiane combatterono con valore, con gloria. «È una giornata che l'esercito d'Italia deve inscrivere nei suoi fasti», scrisse un prode: il generale francese Rapp, aiutante di campo di Napoleone, i cui Mémoires (1832) meriterebbero d'essere meglio conosciuti. Lo stesso Napoleone, nel suo 27º bollettino, lodò gl'italiani in quella giornata.

Accanto al castello dove stava il principe Eugenio scoppiò un incendio. Alcuni maligni lo attribuirono a vendetta degli Italiani.

Fra Eugenio e il general Pino sorse fierissimo alterco. Il Pino disse: «Poichè Vostra Altezza non vuol rendere agli Italiani la giustizia che meritano, corro ad ottenerla dall'imperatore». E depose la spada. Eugenio tentò di addolcirlo; gli rese la spada. S'accorse poi che gli Italiani, lungi dal serbargli rancore per gli stupidi oltraggi, lo seguirono con fedeltà e con eroismo continuo.

Era placidamente terribile il piano di battaglia seguìto dai russi. Lo czar si trovava a una festa di ballo, nel castello di Zakret presso Wilna, quando apprese che le truppe napoleoniche avevano varcato il Niemen. E subito ordinò di sgombrare la Lituania. I combattenti russi erano meno numerosi dei francesi e volevano stancare il nemico con lo sfuggire, più che era possibile, gli scontri, col lasciare abbandonati villaggi e città. Il conte di Maistre attribuisce a un ufficiale prussiano, certo Pruhl, il piano di stancare e affamare i francesi senza dare loro battaglia. La cavalleria dei selvaggi cosacchi, che Napoleone disprezzava (cette méprisable cavalerie, come la definì nel suo famoso 29º bollettino della Grande Armata), appariva, come una torma di mostri, e scompariva. Ma aspre battaglie s'ingaggiarono, battaglie macelli.

I russi si appiattavano nelle foreste e di là sparavano i loro cannoni. Un italiano, il comandante Scipione Della Torre, compì allora atti di audacia, a capo de' suoi cavalleggeri; così il colonnello Peraldi. Si era a Ostrowno, e qui fu combattuta aspra battaglia. I russi avevano 20,000 fanti e 6000 cavalli e sembrava avessero il sopravvento. Eugenio si rivolse ai nostri ed esclamò: «Ora confido nella mia brava Guardia!» Risposero i nostri con grida generose di plauso al loro offensore di ieri, con grida di gioia. I due battaglioni dei coscritti della Guardia reale, comandati dal colonnello Peraldi, scacciarono dalla foresta quei russi, che li cannoneggiavano nella loro direzione. Giunse sul campo, ammirato come un dio, Napoleone, e ordinò di respingere l'attacco. I nostri cannonieri si illuminarono allora di esultanza, di valore e di gloria: così la brigata di cavalleria leggera italiana comandata dal Viilata. Il colonnello Antonio Banco, comandante il secondo reggimento di cacciatori, da Sourai inseguì un convoglio russo ben scortato; e, dopo accanito conflitto, fece cinquecento prigionieri e sequestrò i bagagli. A Viliz i nostri vinsero ancora i cosacchi. Benedetto Giovio di Como fu ferito da tre colpi di baionetta ed ebbe il cavallo ucciso. Quell'eroe, atteso dal vecchio padre, superbo di lui, morì poi di stenti; non così sfortunato fu il fratello Paolo, che meritò la croce della Legione d'onore.

A Luzos i cosacchi sbucarono ancora sui loro cavalli e con le loro lunghe picche urlando urrà! urrà! Ma i cacciatori italiani, calmi, li rigettarono. Il capo squadrone Giulini spiegò valore ammirabile.

Durò tre giorni, dal 4 al 7 settembre, la sanguinosa battaglia alla Moscowa. Ma gli Italiani non vi presero tutta la parte che si dice. Tennero in freno il nemico e facilitarono la vittoria fra indicibili fatiche, sofferenze, privazioni, marciando per venti giorni in terreni paludosi, in paesi deserti, saccheggiati dai corpi che li avevano preceduti.

A Borodino, villaggio occupato da un reggimento di cacciatori della Guardia russa, Eugenio dà l'attacco. Gl'Italiani del glorioso 111º e del 66º lo seguono. In pochi momenti, il capitano Arnaudi e il tenente Morelli cadono uccisi, mortalmente feriti i luogotenenti Tuerti e Campana. È colpito a una spalla il generale Compans. Molti i feriti, molti i morti. Presso Borodino, una formidabile ridotta russa deve essere presa dai cannonieri italiani, comandati dal colonnello Millo, che il toscano De Laugier, testimonio oculare, nella sua storia Gli Italiani in Russia (1826), giustamente loda. Essi fanno fuoco sulla fronte; nello stesso tempo, si difendono alle spalle. Il De Laugier e Gerolamo Cappello, nel volume documentato uscito per cura dell'Ufficio storico presso il Comando del nostro Stato maggiore, descrivono al vivo quei fatti grandiosamente epici, di veri giganti delle battaglie, fra i quali brillò di gran luce l'eroismo del livornese Cosimo Del Fante, ufficiale d'ordinanza del vicerè Eugenio, eternato dalle stupende pagine del Guerrazzi. Il Del Fante salì per il primo, di corsa, l'erta della ridotta, l'arduo punto tattico, ne scalò i parapetti e vi entrò, disarmando un vecchio generale, il Likatcheff. Cosimo Del Fante morì poi, da eroe, a Krasuoi.